I Rimanenti Fedeli che Saranno Rapiti e la Distinzione tra Giudei e Cristiani - Geremia 14, 15 e 16 - Studio Completo - n. 123
-di renzo Ronca 17-9-25
In vista del rapimento della Chiesa la distinzione tra ebrei e cristiani merita di essere avvicinata con chiarezza, anche se non tutti la condividono. Essa si fonda su una lettura profetica e pretribolazionista dell’Apocalisse, e su una comprensione profonda di Atti 15, dove la Chiesa primitiva affronta il nodo dell’identità giudeo-cristiana.
a) Cristiani rapiti:
saranno la risultante in linea con i comportamenti indicati dal Risorto nelle
sette chiese di Apocalisse
- Questi sono i fedeli che hanno
perseverato, che “non hanno rinnegato il mio nome” (Ap. 3:8), e che
saranno “preservati dall’ora della prova” (Ap. 3:10).
- Tra loro includo anche i giudei
messianici che hanno accolto pienamente Gesù come Signore e Messia,
pur mantenendo una parte della legge mosaica — come i cristiani di Atti
15, che vivevano la fede in Cristo senza rinnegare la loro identità
giudaica.
- Questi giudei messianici, secondo secondo
il nostro ragionamento, sono da considerare parte della Chiesa Santa di Gesù
e saranno rapiti insieme ai cristiani delle nazioni.
b) Giudei in via di
conversione: i “Nicodemi” della tribolazione
- Non sono ostili a Cristo, ma ancora
perplessi, in discernimento. Come Nicodemo, vengono di notte, cercano,
ascoltano, ma non hanno ancora fatto il passo decisivo.
- Questi, secondo la nopstra lettura,
saranno quelli che “vengono dalla grande tribolazione” (Ap. 7:14), e che si
convertiranno nel tempo della prova, quando il rapimento avrà già
avuto luogo.
- In loro lo Spirito sta già operando,
come semi sotto la terra, pronti a germogliare nel tempo stabilito.
c) Giudei classici:
non tra i rimanenti
- Qui parliamo di coloro che probabilmente
seguendo il governo attuale, rifiutano il Nuovo Testamento e non
vogliono sentir parlare di Gesù.
- Non sono da considerare tra i
“rimanenti”, perché non vi è in loro né apertura né discernimento
spirituale.
- Come nei tempi di Geremia, rappresentano il popolo che “dice: ‘Pace, pace’, ma pace non c’è” (Ger. 6:14).
Questa tripartizione non è un giudizio,
ma un discernimento. E come tale, può essere completato da testimonianze
opposte, da visioni diverse, ma resta un valido strumento per
comprendere la varietà delle risposte umane all’azione dello Spirito.
Contraddizioni
religiose: discernere tra le voci
La seconda parte della nostra riflessione è altrettanto profonda anche se più spinosa: il parallelo tra le contraddizioni interne alla chiesa (in questo caso ortodossa) e quelle tra i leader israeliani. Non per giudicare, ma per esercitare il discernimento spirituale.
Ortodossia divisa: Russia e Ucraina
- Il Patriarca Kirill di Mosca ha
sostenuto apertamente la guerra di Putin, parlando di una “guerra santa”
contro l’Occidente.
- Dall’altra parte, il Metropolita
Onofrio, capo della Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di
Mosca, ha preso le distanze, implorando la fine della “guerra fratricida”
e pregando per i soldati ucraini.
- Questa divisione interna alla stessa tradizione ortodossa mostra come la fede possa essere strumentalizzata, ma anche come alcuni leader cerchino la verità e la pace, pur in mezzo al conflitto.
Israele: da Rabin a Netanyahu
- Yitzhak Rabin, che ricevette il
Nobel per la pace, fu ucciso da un estremista israeliano per aver cercato
una soluzione pacifica con i palestinesi.
- Benjamin Netanyahu ha invece
dichiarato l’intenzione di distruggere la Palestina e ha assunto posizioni
molto più dure, che hanno portato una commissione dell’ONU a dichiarare contro
Israele odierno l’intenzione di “genocidio”. (rainews.it; euronews.it ecc)
- Anche qui, la contraddizione non è
solo politica, ma spirituale: quale voce è più vicina alla volontà di
Dio? Quale atteggiamento riflette la giustizia, la misericordia, la
verità?
- Non è detto che dobbiamo per forza dare una risposta, ma riflettere in preghiera quello si.
Il discernimento spirituale: il compito dei
rimanenti
La nostra conclusione è il cuore della
riflessione: non giudicare, ma pensare e discernere e parlare delle profezie
degli ultimi tempi affinché più gente possibile possa prepararsi. Questo
è il compito dei rimanenti, con il dono dello Spirito Santo ricevuto nel
battesimo.
- “Lo Spirito scruta ogni cosa, anche
le profondità di Dio” (1 Cor. 2:10).
- “Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della mente, per discernere la volontà di Dio” (Rom. 12:2).
Il discernimento non è opinione, ma ascolto
profondo, confronto con la Scrittura, e apertura alla voce dello Spirito. E
in tempi confusi, come quelli di Geremia, è più che mai necessario.
Verso Geremia capp.
14, 15, 16: il profeta e il rimanente
Ora, con questa cornice ben delineata, possiamo
entrare nel commento dei tre capitoli di Geremia.
Geremia non fu accolto bene dal suo
popolo, ma fu fedele a Dio. E oggi, chi parla come lui, spesso è ignorato e
criticato, ma non è solo.
Geremia 14: Il
profeta, la siccità e il silenzio di Dio
Versetti 1–6: La
siccità come sete della Parola
Il testo descrive una siccità devastante:
“La terra è in lutto, perché non c’è pioggia” (v.4). Gli animali vagano, i
contadini sono confusi, persino le cerve abbandonano i loro piccoli. Ma questa siccità
fisica è anche siccità spirituale.
- Il popolo di Israele, nella sua lettura
profetica, arriva fino a Malachia, l’ultimo libro dell’Antico
Testamento. Dopo di lui, il cielo sembra chiudersi.
- Per chi ha ricevuto Gesù come
Parola viva — come dice il prologo di Giovanni: “In principio era il
Verbo… e il Verbo si è fatto carne” — la Parola di Dio invece ha
continuato a fluire, prima in Cristo, poi nello Spirito Santo, e infine
nella Chiesa.
- Ma per chi non ha voluto
accogliere il Messia, la Parola si è ritirata. La siccità di Geremia
diventa immagine della sterilità spirituale: non c’è rivelazione,
non c’è guida, non c’è acqua viva.
Questa condizione è ancora visibile oggi in certi ambienti religiosi o politici, dove la Parola è stata sostituita da ideologia, tradizione o potere.
Versetti 7–9:
L’intercessione del profeta
Geremia non si pone come giudice, ma come
intercessore. “Le nostre iniquità testimoniano contro di noi… ma tu, o Signore,
agisci per amore del tuo nome” (v.7). È un atto di solidarietà spirituale:
il profeta assume su di sé il peccato del popolo.
- Il grido “Non abbandonarci!” (v.9) è
la voce toccante del rimanente consapevole: sa di essere nel
peccato, ma confida nella grazia.
- Questo è il cuore della preghiera
profetica: non giustificare, ma supplicare. Non negare il male, ma cercare
la misericordia.
Oggi, i rimanenti — siano essi cristiani fedeli o giudei in via di conversione — portano nel cuore il dolore del mondo, e lo offrono a Dio come Geremia.
Versetti 10–11: Il
rifiuto divino
Ma Dio risponde con fermezza: “Essi hanno
amato il vagare, non hanno trattenuto i loro piedi… non gradisco loro” (v.10).
E dice al profeta: “Non pregare per questo popolo” (v.11).
- Qui si manifesta una soglia di
giudizio: quando il pentimento è assente, l’intercessione non basta.
- Il Signore non è crudele, ma giusto:
non vuole benedire ciò che è ostinato nel male.
Questa parola è difficile, ma necessaria. Anche oggi, ci sono contesti religiosi e politici dove la grazia è invocata senza conversione, e la pace è proclamata senza giustizia.
Versetti 13–14: I
falsi profeti e la pace illusoria
Geremia riporta la voce dei profeti del
tempo: “Voi non vedrete la spada, né avrete fame, ma io vi darò pace in questo
luogo” (v.13). Ma Dio risponde: “Essi profetizzano menzogne nel mio nome… io
non li ho mandati” (v.14).
- È una condanna netta contro
chi parla in nome di Dio senza essere stato mandato. Noi lo chiamiamo oggi
“buonismo” in senso negativo.
- La pace proclamata è fuori sintonia con la volontà divina, che ha stabilito invece tempi di giudizio e purificazione.
Considerazione
attuale
Questa dinamica si riflette anche nel
mondo cristiano. Alcune tradizioni — come quella cattolica, ma anche altre — tendono
a spiritualizzare il Regno, cercando una pace già ora, senza riconoscere il
periodo di tribolazione e il millennio previsto dalla visione
evangelica.
- La richiesta di pace immediata,
senza passare per il giudizio, è teologicamente debole e profeticamente
pericolosa.
- Dio ha già stabilito tempi di condanna per i falsi predicatori, e interverrà con le piaghe bibliche, come in Apocalisse.
Versetti 20–22:
L’ultima supplica
Il profeta torna a supplicare:
“Riconosciamo, o Signore, la nostra malvagità… non disprezzare il tuo trono
glorioso” (v.20–21). Ma la risposta, come vedremo nel capitolo 15, sarà
negativa.
- È il dramma dell’intercessione
non esaudita: quando il popolo non cambia, nemmeno la preghiera del
giusto può fermare il giudizio.
- Eppure, Geremia non smette di pregare. E questo è il segno del vero rimanente: non si scoraggia, non si ritira, ma continua a cercare Dio anche nel silenzio.
Geremia 14 oggi
Questo capitolo è un specchio
profetico per il nostro tempo:
- La siccità spirituale è reale, dove
la Parola è rifiutata.
- I falsi profeti continuano a parlare
di pace, ma non sono mandati da Dio.
- Il rimanente intercede, ma sa che la
grazia non può essere imposta.
- Il giudizio è vicino.
Geremia 15: Il rifiuto divino e la solitudine del profeta
La risposta dell’Eterno è drammatica e
definitiva: anche se Mosè e Samuele — due intercessori storici — si
presentassero, non piegherebbe il Suo cuore verso Israele.
- Mosè intercedette per il popolo dopo il
vitello d’oro (Es. 32), e Dio lo ascoltò.
- Samuele pregò per Israele nei giorni della
ribellione contro il Signore e contro la monarchia (1 Sam. 12).
Ma ora, il peccato è troppo radicato,
e la misura è colma. Il popolo ha superato il punto di non ritorno. Anche la
preghiera del profeta non sarà accolta.
Applicazione ai
nostri tempi
- Anche oggi, nelle chiese si prega
per la pace, ma se il cuore del popolo è duro, la preghiera non può
sostituire la conversione.
- Le profezie dell’Apocalisse sono ineluttabili:
le piaghe, i giudizi, la tribolazione non possono essere eluse con buone
intenzioni.
- I giudei che non riconoscono
Cristo, non leggono l’Apocalisse, non considerano la Chiesa né lo
Spirito Santo, sono come in apnea dietro un muro spirituale. Se il
cuore non si apre, la Parola non può entrare.
Dio annuncia una serie di giudizi: morte
per fame, guerra, malattie, deportazione. È un quadro cupo, ma realistico.
- Queste piaghe si avverarono
storicamente, ma sono anche alcune figure profetiche delle piaghe
dell’Apocalisse.
- Il giudizio non è arbitrario, ma conseguenza
del peccato ostinato.
Oggi, vediamo già anticipazioni di
questi flagelli: guerre, pandemie, carestie, disorientamento spirituale.
Non sono ancora la tribolazione, ma sono segnali. Eppure, come scrive
l’apostolo Paolo, anche in mezzo a queste pressioni, il rimanente non è
annientato:
“Siamo tribolati in ogni maniera, ma non
ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non
abbandonati; abbattuti, ma non distrutti.” (2 Corinzi 4:8–9) Questa è la
forza che ci sostiene: non la negazione del giudizio, ma la certezza che la
potenza di Dio si manifesta nei vasi di creta, e che la fedeltà del
Signore non viene meno, anche quando tutto sembra crollare.
Versetti 10–18: La crisi del profeta
Geremia entra in crisi personale. Si
sente solo, maledice il giorno della sua nascita, si lamenta della sua
missione. È il cuore del ministero profetico: non è trionfale, ma doloroso.
- Il profeta non è un predicatore di
successo, ma un uomo ferito, che porta il peso del peccato altrui.
- Anche oggi, molti servitori di Dio
si sentono soli, osteggiati, scoraggiati. Non sono accolti, ma
combattuti.
Eppure, Geremia non abbandona. E Dio non
lo abbandona.
Molti servitori di Dio oggi non sono
del tutto consapevoli di portare, condividere o percepire sulle proprie
spalle il peccato dei loro coetanei — quel peso spirituale che li fa
soffrire profondamente. Spesso, in assenza di discernimento, si ritengono
essi stessi peccatori diretti, e vivono un dolore immenso, come se la colpa
fosse interamente loro. Questa identificazione spirituale, che è parte
del ministero profetico, è difficilissima da riconoscere e da distinguere, se
non in stati particolari di solitudine e consacrazione, dove lo Spirito
può illuminare ciò che la mente non riesce a separare. È la notte dell’anima,
come l’hanno chiamata i mistici: quel tempo oscuro in cui il servo di Dio non
distingue più se stesso dal popolo, e si sente travolto da un dolore che
non ha nome. Ma proprio lì, Dio prepara la sua bocca, e il profeta, pur
tremando, diventa voce di verità.
Qui l’Eterno rafforza, ristabilisce
Geremia, ma con una condizione: deve discernere, separare il
prezioso dal vile.
- Il profeta deve restare fermo,
non tornare al popolo, ma aspettare che il popolo torni a lui.
- È una lezione per oggi: non siamo
noi a doverci adattare al mondo, ma il mondo deve tornare alla Parola.
Il ministero profetico non è negoziabile.
Non si piega, non si adatta, non cerca consenso.
Versetto 20: “Ti
renderò un muro di bronzo…”
Questa promessa è balsamo per i
servitori di Dio:
“Combatteranno contro di te, ma non
potranno vincerti, perché io sarò con te per salvarti e liberarti.”
- Il profeta sarà come un muro di
bronzo: resistente, incrollabile.
- Sarà combattuto, ma non
vinto.
- Sarà liberato dai malvagi, riscattato
dai violenti.
Questa parola è per tutti coloro che oggi
parlano della verità, anche se non sono accolti, anche se sono
accusati, anche se sono soli.
Considerazione
Molti oggi si schierano con Israele
anche quando sbaglia, o con capi di altre nazioni potenti che si
mostrano davanti alle telecamere in preghiera, ma non sono mandati da
Dio. Alcuni si lasciano impressionare da gesti pubblici, da imposizioni di
mani, da liturgie televisive. Ma il discernimento profetico non si lascia
ingannare.
- Il vero profeta non cerca
approvazione, ma obbedisce.
- Il vero servitore non si piega,
ma resta saldo.
- Il vero rimanente non si
scoraggia, ma si affida alla promessa: “Io sarò con te”.
Geremia 16 –
Giudizio irrevocabile e il raggio di speranza
Versetti 1–13:
Calamità annunciate e il rifiuto della grazia
Il capitolo si apre con un comando
radicale e profetico:
“Non prendere moglie, non generare figli,
non entrare nelle case del lutto, né in quelle della festa.”
Geremia riceve l’ordine di sospendere
ogni forma di vita ordinaria. Non deve sposarsi, non deve partecipare a
lutti, né a celebrazioni. È un segno potente: la normalità è interrotta,
perché il giudizio è imminente. Il profeta stesso diventa immagine vivente
della sospensione del tempo, come se Dio dicesse: “Non costruite, non
celebrate, non piangete: il tempo è abbreviato.”
Questa sospensione ha una profonda assonanza
con le parole di Paolo in 1 Corinzi 7:29–31:
“Il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi
anche quelli che hanno moglie siano come se non l’avessero… perché la figura di
questo mondo passa.”
Paolo non annulla il matrimonio né la
vita sociale, ma invita i credenti a vivere con distacco spirituale,
come chi sa che le strutture di questo mondo sono transitorie. Geremia,
in modo ancora più radicale, incarna questa urgenza escatologica: il
giudizio è alle porte, e non c’è più spazio per costruire secondo le
consuetudini.
Questa parola è profetica anche per noi
oggi, che viviamo in un tempo in cui la normalità è idolatrata, e la
sospensione del ritmo sociale è vista come anomalia. Ma per i rimanenti, la
sospensione può essere segno, può essere chiamata, può essere preparazione
al giudizio.
Giudizi storici e
profetici
I versetti successivi annunciano una
serie di calamità:
- Morte per fame
- Malattie
- Guerra
- Esilio e dispersione
Queste piaghe si avverarono storicamente,
ma sono anche figure profetiche di alcune piaghe dell’Apocalisse. Il
versetto 13 è tremendo:
“Io non vi farò grazia.”
È il sigillo del giudizio irrevocabile,
quando la misura è colma e il cuore del popolo è indurito. Non si tratta di un
Dio crudele, ma di un Dio giusto, che ha sopportato a lungo, ma ora deve
purificare.
Nota trasversale: i
giudizi dell’Apocalisse su Israele
Molti studiosi evangelici hanno sottolineato
che la parte più intensa dei giudizi apocalittici sarà concentrata su
Israele, pur coinvolgendo anche il mondo intero:
- David Chilton, nel suo commentario The Days of
Vengeance, interpreta l’Apocalisse come una risposta diretta alla
ribellione di Israele, con Gerusalemme al centro del giudizio.
- Arnold Fruchtenbaum, studioso messianico, afferma che
“la tribolazione è il tempo della purificazione di Israele”, e che le
piaghe colpiranno in modo particolare il popolo ebraico.
- John F. Walvoord Rettore del Dallas Theological
Seminary, autore di The Rapture Question e Major Bible Prophecies.
Sostenitore del pretribolazionismo, del rapimento della Chiesa, e della
restaurazione futura di Israele secondo le profezie dell’Antico
Testamento2.
- René Pache Teologo svizzero, autore di
L’avenir selon la Bible (Il futuro secondo la Bibbia), dove espone
chiaramente la distinzione tra rapimento, tribolazione, millennio, e
giudizio finale. Riconosce il ruolo di Israele nella storia profetica, ma
sottolinea che la salvezza è solo in Cristo.
- John MacArthur Pastore e insegnante biblico,
autore di numerosi commentari, incluso quello su Apocalisse. Difende una
visione dispensazionalista classica, con Israele al centro della
tribolazione, ma la Chiesa rapita prima, e il millennio come regno
visibile di Cristo sulla terra. È molto chiaro nel distinguere tra
giudizio delle nazioni e giudizio eterno.
Queste voci ed altre condivisibili convergono nel riconoscere
che Israele sarà più intensamente al centro del giudizio.
Come nell’Apocalisse, anche qui Dio fa
una pausa. Non cambia il giudizio, offre un raggio di speranza:
“Per l’Eterno vivente che ha fatto uscire
i figli d’Israele dal paese del nord… io li ricondurrò nel loro paese” (v.15).
È una profezia millenaristica: il
ritorno finale, la restaurazione, la riconciliazione. Non è una speranza
facile: il giudizio verrà comunque, e il ritorno sarà preceduto dalla
purificazione.
Questa pausa è come il silenzio tra le
trombe dell’Apocalisse: un momento per respirare, per riflettere, per
scegliere.
Il popolo di Dio
oggi: conflitto e rinnegamento
Oggi, il popolo di Dio — cristiani
innestati sul tronco giudaico — è in conflitto con Dio stesso.
- I giudei non hanno accettato la pace
portata da Gesù (Romani 5:1), e molti cristiani lo hanno rinnegato,
spiritualmente e moralmente.
- L’allontanamento è profondo: abbiamo
il Nuovo Testamento, abbiamo l’Apocalisse, eppure non abbiamo
ascoltato.
- Abbiamo mitigato la rivelazione,
spiritualizzando il giudizio, relativizzando il male, filosofando la
profezia.
Ma Dio è vivente, e non cambia:
“Io sono l’Eterno, io non cambio”
(Malachia 3:6).
I libri del nostro futuro sono già
scritti, e ignorarli è un atto di superbia spirituale.
Il compito dei
rimanenti: solitudine e forza
I rimanenti — cristiani e giudei — sono in
minoranza, osteggiati, snobbati, isolati. La gioia fraterna è come una
luce del tramonto: visibile, ma lontana. Eppure, non siamo soli. La
forza di Dio agisce nella nostra debolezza, e la promessa resta:
“Io sarò con te per salvarti e
liberarti.”
Il ministero profetico non è trionfale,
ma fedele. Non cerca consenso, ma verità. E oggi, più che mai, è
tempo di discernere, di separare il prezioso dal vile, e di restare
fermi, anche se il mondo non ascolta.
[1] Nota
storica: la divisione in capitoli e versetti - Nei testi ebraici antichi,
infatti, non esistevano capitoli né versetti. Il testo era scritto in scriptio
continua, senza spazi, punteggiatura o titoli.
·
Le prime suddivisioni ebraiche erano le parashot
petuchot (sezioni aperte) e le setumot (sezioni chiuse), marcate da
spazi o lettere speciali, usate per la lettura liturgica e lo studio.
·
La divisione in capitoli fu introdotta
nel XIII secolo da Stephen Langton, arcivescovo di Canterbury, per
facilitare la consultazione della Vulgata latina. Da lì passò al testo
ebraico e greco, diventando universale.
·
La numerazione dei versetti fu aggiunta
nel XVI secolo da Sante Pagnini, ebreo convertito e domenicano, per
rendere la Bibbia più accessibile.
Queste divisioni, pur
utili, non sempre rispettano la logica interna del testo, e Geremia 15 è
chiaramente la continuazione diretta del lamento e del dialogo iniziato nel
capitolo 14.
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