Il Cammino Continuo del Cristiano Verso la Terra Promessa - Inquadramento nel Nostro Tempo - Studio Parte 5 - n. 261

 -di Renzo Ronca  28-12-25  Prosegue da https://ritornocristiano.blogspot.com/2025/12/ricostruire-le-porte-interiori.html 


 

Introduzione

Ogni volta che l’Antico Testamento racconta un ritorno, una ripartenza, un nuovo ingresso nella terra promessa, non ci troviamo davanti a un semplice episodio storico-geografico. Siamo introdotti in un linguaggio pedagogico, un metodo con cui Dio ha iniziato a istruire l’umanità in modo progressivo, preparando il cuore dell’uomo a una rivelazione più piena, che avrebbe trovato compimento in Gesù Cristo. L’Antico Testamento è dunque la prima fase di un cammino formativo, un’istruzione iniziale che, pur essendo vera e autorevole, rimane incompleta senza la luce del Messia.

Il popolo d’Israele diventa così un segno. Non un popolo superiore, ma un popolo scelto come riferimento: attraverso le sue cadute e i suoi ritorni, attraverso la sua obbedienza e la sua ribellione, Dio mostra a tutti i popoli come Egli intenda formare una comunità che Gli appartenga. Come osserva il teologo evangelico John Stott, la storia della redenzione è sempre “storica e progressiva”, perché Dio educa il Suo popolo passo dopo passo, senza forzare la rivelazione oltre ciò che l’uomo può comprendere.

 

Il punto di partenza: una rivelazione che cresce

Il nostro studio parte da una consapevolezza fondamentale: chi si ferma all’Antico Testamento senza riconoscere Gesù rimane come sospeso in un percorso interrotto. È come muoversi in due dimensioni senza accedere alla terza. La rivelazione di Dio non si è fermata a Mosè, né ai profeti, ma ha trovato il suo compimento in Cristo, il quale ha dichiarato: «Prima che Abramo fosse, Io sono» (termine greco egō eimi, “Io sono”, rivelazione della Sua identità divina).

Da Giovanni Battista, che prepara la via, fino alle epistole dell’apostolo Paolo e alle visioni simboliche dell’apostolo Giovanni, la Scrittura ci conduce verso una comprensione più ampia del progetto divino: una nuova creazione, un nuovo ordine, un nuovo sistema di cose.

 

Il tema centrale: il ritorno alla terra promessa come paradigma spirituale

Nell’Antico Testamento il ritorno alla terra promessa è un motivo ricorrente. Il verbo ebraico shuv (שׁוּב), “ritornare”, indica non solo un movimento geografico, ma un ritorno esistenziale, un riorientamento verso Dio. È Dio stesso che richiama, che riporta, che guida. Non è il popolo a ritrovare la strada per bravura; è il Signore che si fa conoscere di nuovo (ri-conoscere).

Questo movimento continuo verso la terra promessa diventa, per noi cristiani, un archetipo. Non ci fermiamo alla dimensione geografica: la terra promessa diventa un’ombra, una figura, un’anticipazione. Come afferma il teologo evangelico premillenarista Charles Ryrie, le realtà dell’Antico Testamento sono “tipi” che trovano il loro compimento in Cristo e nel futuro regno messianico.

Per questo, il nostro sguardo non si limita ai confini di Canaan. Nel cristianesimo, la terra promessa assume simbolicamente una terza dimensione: diventa immagine del Regno futuro, del millennio, e oltre ancora dell’Eden restaurato, quando ogni radice satanica sarà definitivamente estirpata.

  

Avvio Della Riflessione

 

Abbiamo visto il comando ad attraversare il Giordano

«Àlzati dunque, attraversa questo Giordano» (Giosuè 1:2). Il termine ebraico per “attraversare” è ʿāvar (עָבַר), che significa “passare oltre”, “superare un limite”. Ogni volta che Israele attraversa il Giordano, Dio sta insegnando qualcosa: il Suo popolo non è chiamato a restare fermo, ma a passare oltre, a entrare in ciò che Egli ha preparato.

Per noi cristiani, questo “passare oltre” diventa simbolo del cammino spirituale che non si arresta mai. Non viviamo di nostalgie, né di stagnazione. Siamo chiamati a un movimento continuo verso la pienezza del Regno, sostenuti dalla promessa: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò» (Giosuè 1:5).

 

Il ritorno ripetuto come pedagogia divina

Ogni ritorno alla terra promessa nell’Antico Testamento è un invito a comprendere che la vita di fede non è lineare, ma fatta di riprese, di risvegli, di riorientamenti. È Dio che richiama, che riapre la strada, che ricostruisce il ponte tra la Sua volontà e il cuore dell’uomo.

 

La spirale della crescita spirituale: un movimento che non torna mai davvero indietro

 


Quando osserviamo la storia biblica come una spirale aperta e ascendente, comprendiamo che Dio non ci riporta mai semplicemente al punto di partenza. Ogni anello della spirale sembra, a prima vista, un ritorno allo stesso luogo, ma in realtà è un ritorno a un livello superiore, come un’ottava musicale che riprende la stessa nota ma con una vibrazione più alta. Il termine ebraico ʿalah (עָלָה), “salire”, usato spesso per indicare l’avvicinarsi a Dio, suggerisce proprio questo movimento: un’ascesa che non è mai ripetizione, ma maturazione.

L’Eden, nel nostro ragionamento simbolico di oggi, rappresenta il punto sorgivo della spirale: l’unità originaria con Dio, la comunione non filtrata, la presenza percepita senza veli. L’uscita dall’Eden non è solo un allontanamento geografico, ma un allontanamento da una dimensione di vita che l’uomo non può più sostenere a causa del peccato. Il termine ebraico ḥēt’ (חֵטְא), “peccato”, significa “mancare il bersaglio”, deviare dalla traiettoria. La spirale si deforma, si allontana dal centro.

 

Il lungo anello della storia: un ritorno educato da Dio

Da quel momento inizia un anello lunghissimo della spirale, o più anelli, che attraversano millenni. Non è l’uomo che risale verso Dio, ma è Dio che irrompe con delicatezza nella dimensione dell’uomo caduto. Il teologo evangelico Leon Morris ha sottolineato come la rivelazione divina sia sempre “invasiva ma non distruttiva”: Dio entra, ma non schiaccia; corregge, ma non annienta; richiama, ma non forza.

Questo ritorno non è immediato. È preceduto da una crisi identitaria, come quella del popolo d’Israele in Egitto: “Chi siamo? A chi apparteniamo?”. Il verbo ebraico zākar (זָכַר), “ricordare”, indica non solo un atto mentale, ma un recupero dell’identità. L’uomo, lontano da Dio, deve prima ricordare di essere creato per Lui.

Poi viene la fase della riesamina interiore, in cui la persona si interroga, si confronta con il proprio limite, con il proprio passato, con le proprie paure. È la fase del deserto, simbolo di purificazione. I “quarant’anni” non sono solo un tempo cronologico, ma un tempo pedagogico. Il deserto è il luogo in cui Dio toglie ciò che è superfluo per far emergere ciò che è essenziale.

 

L’attrazione verso il monte di Dio: la rivelazione che trasforma

Dopo la purificazione, la spirale conduce verso il monte di Dio. Il monte, nella Scrittura, è il luogo dell’incontro, della rivelazione, della voce che parla. Il termine ebraico har (הַר), “monte”, è spesso associato a momenti decisivi: Sinai, Carmelo, Sion. È lì che l’uomo riceve non solo risposte, ma consapevolezza.

La rivelazione non è solo informazione; è trasformazione. L’uomo scopre di essere parte di un progetto più grande, di un disegno che lo precede e lo supera. Come afferma il teologo evangelico premillenarista Alva J. McClain, la storia della redenzione è “la progressiva restaurazione del Regno perduto”, un ritorno guidato da Dio verso ciò che l’uomo non può riconquistare da solo.

 

Il punto critico della spirale: l’incontro con l’“Io sono”

Ogni persona, come Mosè, arriva a un punto critico della spirale: il momento dell’incontro con Dio. Mosè incontra il Signore nel roveto ardente, e lì ascolta il Nome: ehyeh asher ehyeh (אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה), “Io sono colui che sono”. Gesù riprende questo Nome quando dice: «Prima che Abramo fosse, Io sono» (Giovanni 8:58). È il vertice della rivelazione.

Per i meriti di Cristo, l’uomo può riprendere la spirale non dal punto della caduta, ma da un livello superiore. Cristo inserisce, per così dire, uno “scambio” nella spirale: ci permette di ripartire dall’Eden, ma in un’ottava più alta. Il millennio, nella prospettiva profetica, diventa così una sovrapposizione simbolica dell’Eden restaurato, un ritorno non identico ma superiore, un’anticipazione della nuova creazione.

 

Un cammino che continua

La spirale non è solo la storia dell’umanità; è la storia di ogni credente. Ognuno compie il proprio cammino da Adamo a Mosè, da Mosè a Cristo, da Cristo all’Eden-Millennio. Due programmi in uno: Dio che parla al singolo e Dio che guida l’umanità. La rivelazione apre la mente, la grazia apre il cuore, e la spirale si solleva ancora verso l’eternità.

 

Nella prossima riflessione, a Dio piacendo, considereremo come questa spirale ascendente si proietti nel nostro presente cristiano. Non si tratterà di un unico percorso valido per tutti, ma di tre cammini distinti, che riguardano tre categorie di persone diverse all’interno del disegno di Dio.

1) Anzitutto rifletteremo sulla preparazione al rapimento, che riguarda coloro che vivono nell’attesa del Signore e che, per grazia, saranno trasformati “in un momento” per incontrarlo nell’aria.

2) Poi prenderemo in esame la preparazione di quanti, non essendo stati rapiti, attraverseranno la tribolazione e saranno chiamati a una testimonianza difficile, in un tempo in cui la protezione dello Spirito Santo sarà ridotta e la pressione del male raggiungerà il suo culmine.

3) Infine considereremo la condizione dei futuri sudditi del millennio, persone che entreranno nel Regno terreno di Cristo senza essere state rapite né recuperate durante la tribolazione, e che vivranno un lungo periodo di istruzione e rinnovamento in un mondo finalmente libero dall’avversario.

Tre percorsi diversi, tre preparazioni diverse, tre tappe della spirale divina che approfondiremo con ordine nella prossima sessione.

(continua in https://ritornocristiano.blogspot.com/2025/12/preparazione-al-rapimento-vivere.html   )





 

Commenti