IL SEGRETO DELL’ANIMA: LO SGUARDO DI DIO - Studio approfondito - n. 220
-di Renzo Ronca 28-11-25
(Tratto dal nostro: “Il viaggio dell’uomo e della Chiesa verso Dio” cap 1 “Seme, radice dell’uomo: imprinting di Dio” aggiornato)
Vi è nell'uomo, da qualsiasi tribù della terra egli provenga, un
qualcosa ad immagine di Dio[1], uno spirito, che lo rende
particolare, un'anima vivente.[2]
In questa "immagine di Dio" io penso ci sia potenzialmente
tutta la nostra identità spirituale nascosta; tutta la storia dell'uomo dalla
creazione al suo ritorno al paradiso perduto. È come un seme che seppure
piccolo e apparentemente secco ha in sé tutte le caratteristiche della pianta
della sua specie e appena trova l'ambiente adatto si riproduce, cresce, si
solleva verso il cielo. C'è in noi, più o meno soffocata, nascosta, questa
inquietudine o desiderio di rinascita che trova pace e appagamento solo in Dio.
Questo è il terreno in cui possiamo espandere lo spirito nostro e crescere
nella guida dello Spirito Santo.
Uno psicologo una volta parlava di innamoramento e cercava di spiegare perché
ci si innamora. Pare che alla nascita, nella primissima infanzia,
l'atteggiamento, e più precisamente lo sguardo particolare della nostra mamma,
penetri in noi in una impressione forte; pare che formi una impronta durevole,
un "imprinting", nella nostra persona.
Da adulti l'incontro con uno sguardo
particolare di un'altra persona che richiami quello sguardo antico, vivo nel
nostro inconscio, fa scattare quel "quid" che porterebbe
all'innamoramento. In un certo senso sarebbe quasi un "riconoscere"
la persona giusta, simile a quella persona che ci amò in un'altra forma.
Per meglio dire non è tanto quella mamma
vera che noi cerchiamo inconsciamente, quanto l'espressione dell'amore verso di
noi, che conoscemmo nel veicolo dell'esperienza attraverso quella nostra mamma;
cioè il carico affettivo che era dietro un certo suo sguardo.
Anche il Signore quando pensò a noi e ci creò, forse come una mamma ci
guardò fin dentro al cuore con un amore indicibile. Quel Suo sguardo è rimasto
impresso nella nostra memoria più nascosta. Forse è per questo che quando torna a
"guardarci" non possiamo rimanere insensibili.
Ma c’è di più: quando uno sguardo di una
persona sconosciuta ci ha fatto innamorare, non si è trattato soltanto di un
richiamo alla tenerezza materna o paterna. A quel livello di affetto si è
aggiunta la presenza di qualcuno che ci appare compatibile, complementare e
attraente, e questa novità interiore ci ha scosso, ci ha turbato, perché ha
aperto una dimensione diversa dell’amore.
Non è un caso che anche la Scrittura
parli dello sguardo che turba. Nel Cantico dei Cantici il diletto
esclama: ‘Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turbà (Ct 6:5
CEI). È lo stesso mistero: lo sguardo che porta con sé un carico d’amore antico
e profondo, capace di risvegliare in noi la memoria di un amore originario.
Approfondimento di Ct 6:5
- Contesto poetico: In questo versetto il diletto parla all’amata,
riconoscendo che il suo sguardo ha una forza sconvolgente, capace di
scuotere e turbare. Non è un turbamento negativo, ma un segno di attrazione
irresistibile, di potenza affettiva che supera la difesa razionale.
- Simbolismo:
Lo sguardo diventa qui il veicolo dell’amore, come stiamo dicendo: un
“imprinting” che penetra e lascia un segno indelebile. È lo stesso
linguaggio dello sguardo materno e dello sguardo divino.
- Parallelo teologico: Se lo sguardo dell’amata turba il diletto
perché richiama un amore profondo e misterioso, lo sguardo del Signore
turba perché risveglia in noi la memoria originaria dell’amore con cui
siamo stati creati. In entrambi i casi, lo sguardo non è solo
percezione esterna, ma esperienza interiore che scuote e trasforma.
Questa riflessione trova un’eco diretta
in qualche rapporto spirituale immediato con il Signore, dove alcuni credenti hanno avuto la grazia di una presenza santa: lo sguardo
che turba non è solo quello dell’amata, ma diventa simbolo dello sguardo divino
che penetra fino al cuore. Chi lo ha provato testimonia che questo sguardo non
si dimentica, riempie di desiderio e nostalgia, e quando ritorna, l’anima si
fonde, si dissolve e si lascia avvolgere, come liquefatta in quell’amore che la
trasfigura.[3]
Ora, il nostro Dio vorrebbe ‘guardarci’ spesso col Suo sguardo, tornare
a manifestare il Suo amore per noi, in noi, perché la nostra anima è molto
amata; ma noi, per paura ignoranza o diffidenza, non sempre glielo permettiamo.
La nostra anima allora ne soffre. Si, quel "seme"
quell'"imprinting", quella parte figlia e sposa di Dio che è nel
profondo di noi stessi, ne soffre e vive non più l'amore di Dio, ma la dolorosa
nostalgia del Suo amore. Alle volte è come un tormento, un rimpianto, spesso è
un'inquietudine non ben definita che si agita nel buio del nostro inconscio
alla ricerca di un'apertura per la luce.
Questa inquietudine, non si ferma mai, se non quando ha trovato la sua
pienezza in Dio. Guai se non ci fosse! Finirebbe la nostra ricerca dell'Amore. È
il gene del nostro “DNA spirituale” se così si può dire; è il fattore
ereditario che ci contraddistingue come "figli di Dio stesso" e come
tali ci designa eredi del Suo regno; è un grande dono che ci può rendere sereni
e realizzati, quando accordiamo la nostra volontà e quella di Dio, o può agire
come un pungolo quando andiamo in senso contrario[4].
Non parte da noi questa iniziativa salvifica, ma a noi arriva: non siamo
noi a cercare per primi, ma siamo cercati da Dio continuamente.[5]
In qualsiasi posto o in qualsiasi tempo io nasca dunque, sentirò sempre
il richiamo di Dio.
In base alla mia buona volontà, espressa liberamente e chiaramente ed in
base alla capacità che Dio stesso avrà messo in me[6],
darò un certo tipo di risposta;[7] il mio albero cioè potrà
produrre molto, poco, o nessun frutto. Questo conta: "a chiunque è stato
dato molto, sarà domandato molto; e a chi molto è stato affidato, molto più sarà
chiesto."[8] A volte bisognerà essere
coraggiosi, prendere decisioni impegnative, testimoniare il Cristo. Sembra un
compito che va oltre le nostre forze. Ma Gesù, che ha portato per noi la croce,
non ci abbandona: questo principio dei talenti è il contrario del principio del
mondo: è più ricco chi più spende e se uno vuole spendere basta che chieda ed
avrà (Matt 7:7); e a chi ha sarà dato dell'altro e sarà nell'abbondanza (Matt. 13:12). In pratica se uno mostra buona volontà nel
seguire il Signore, non conta ciò che non ha, non contano gli impedimenti, le
incapacità, ma conta solo ciò che può fare in base a quello che in quel momento
possiede (2 Cor. 8:12). Tutti, in quanto
creature di Dio che vivono, hanno. E non è mai questione di quantità ma solo di
qualità.[9]
Gesù stesso ha detto: «Chi crede in
me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno»
(Giov 7:38). Questo significa che, se il nostro lato umano rimane limitato,
il nostro spirito, arricchito dallo Spirito di Dio, è in grado di diventare
sorgente di acqua viva spirituale. Non si tratta di una capacità naturale, ma
di un dono divino che scaturisce dall’opera dello Spirito Santo in noi, e che
può traboccare verso gli altri come testimonianza e benedizione.
- Koilía
(κοιλία) significa letteralmente “ventre, addome”, ma nel linguaggio
biblico indica la parte interiore dell’uomo, il centro della vita e
delle emozioni, ciò che oggi diremmo “l’intimo” o “il cuore profondo”.
- Non è dunque un riferimento anatomico, bensì
spirituale: la sede della vita interiore che, rigenerata dallo Spirito
Santo, diventa sorgente di acqua viva.
- L’immagine richiama le promesse dell’Antico
Testamento, come Isaia 58:11 (“sarai come una sorgente d’acqua, come un
giardino ben irrigato”), e si compie in Cristo che dona lo Spirito.
Studiosi protestanti hanno sottolineato
questo senso:
- Leon Morris osserva che l’acqua viva è simbolo dello Spirito Santo, e che il
credente diventa canale di benedizione per altri.
- F. F. Bruce evidenzia che il “ventre” non va inteso materialmente, ma come la
vita interiore del credente, trasformata dalla presenza dello Spirito.
In sintesi, il “seno” (koilía) è
la dimensione interiore dell’uomo, che, credendo in Cristo, diventa
sorgente di vita spirituale grazie allo Spirito Santo.
(consiglio di leggere lentamente) Se, come ogni
uomo, sentirò sempre il richiamo di Dio, se avrò sempre la possibilità di
rispondere e di aderire, e se Dio opera sempre (Giov 5:17), allora il mio
pensiero non resterà rigido né chiuso. Sarà come un soffio leggero che si
lascia plasmare nelle mani di Dio, trasformandosi di continuo verso l’alto. Non
si appoggerà su certezze umane già acquisite, ma vivrà nella mobilità della
grazia, aprendosi alla fede. Così, ciò che sembra fragile e limitato nell’uomo
diventa, nello Spirito, un movimento vivo, un respiro che non si esaurisce, ma
che trova la sua forma e la sua forza nella comunione con il Signore.
Quando il mio pensiero cerca di
comprendere un disegno, il momento presente è già passato. Per questo il
pensiero non è mai assoluto, ma relativo: fatto di immagini e ombre che si
muovono, componendosi come un mosaico che lentamente prende forma.
Se però il mio pensiero è rivolto al
Signore, allora Egli trasferisce il Suo amore in me. La pace che nasce dalla
fede diventa come una tavola imbandita, e lo Spirito di Dio spezza il pane in
una continua offerta d’amore.
Dov'è la paura dei cambiamenti? Il
cambiamento, la trasformazione evolutiva, l'espansione è la nostra realtà di
cristiani;[10] è la rivelazione e la crescita "di fede
in fede" (Rom 1:7).
Infatti, chi segue Gesù lo guarda, lo
contempla, quasi lo percepisce interiormente. Questa osservazione di fede,
semplice ma profonda, permette al credente di essere trasformato nello stesso
stato di gloria ricevuta, passando “di gloria in gloria”, fino a riflettere lo
splendore di Gesù attraverso l’opera del suo Spirito. [11]
E il Signore stesso, al momento
stabilito, ci chiamerà e ci renderà partecipi del suo vero aspetto, mostrandoci
la sua natura gloriosa e divina.[12].
[1] "Poi Dio disse:
-Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza, [...]-" Gen. 1:26;9:6.
[2] "Allora l'Eterno Dio formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò
nelle narici un alito di vita, e l'uomo divenne
un essere vivente" Gen. 2:7; Una "anima vivente" come ripete
in 1 Cor. 15:45.
[3] Chi ama il Cristo Gesù e cammina nella guida dello Spirito Santo, radicato nella Scrittura, non deve temere di abbandonarsi al Signore se e quando Egli fa visita. Vi sono diversi fratelli e sorelle hanno sperimentato effusioni spirituali simili, anche se non ne parlano; come del resto non si parla molto di nostre parole d’amore, perché è giusto che rimangano un segreto intimo, in questo caso tra Il Signore e l’anima amata. Lo stesso apostolo Paolo parla con grande rispetto di un’esperienza che ci ha trasmesso per la gloria di Dio, ma non volle definirla troppo per non esaltarsi, perché non è importante darle un nome: ‘Io conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. E so che quel tale (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) fu rapito in paradiso e udì parole ineffabili che non è lecito all’uomo di proferire’ (2 Corinzi 12:2‑4, NR)
[4] Atti 9:5
[5] Da quando l'uomo si staccò
dal Creatore e cadde nell'inganno della morte, sempre c'è nell'aria che
respiriamo come un richiamo: quel "dove sei?" (Gen. 3:9) sempre ci
insegue, ci penetra; è impossibile non udire. Lo possiamo udire come Adamo, nel
peccato, e tentare come bambini di sfuggire, oppure possiamo affrontarlo con
responsabilità e così,
passando attraverso la croce, quel richiamo terribile diverrà dolce,
appassionato; come la voce di un padre che cerca il proprio figlio perduto per
riabbracciarlo con infinito amore.
[6] "A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno; a ciascuno secondo la sua capacità;.." (Matt. 25:15).
[7] Parabola del seminatore: seme nella strada,
nella roccia, nelle spine, nella buona terra e tra questi ultimi chi dà "il cento, il sessanta, il trenta" (Matt. 13:1-23).
[8] Luca 12:48
[9] L’episodio della povera vedova che gettò pochi spiccioli nel
tesoro del tempio, mentre i ricchi vi gettavano
molto. Gesù disse "In verità
vi dico che questa povera vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri"
(Mar. 12:43).
[10] Romani 12:1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. 2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.
[11] "E noi tutti, contemplando a faccia scoperta come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine di gloria in gloria, come per lo Spirito del Signore" (2 Cor. 3:18).
[12] "..li condusse sopra
un alto monte in disparte e fu trasfigurato alla loro presenza; la sua faccia
risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la
luce." (Matt. 17:2).
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