Il Tabernacolo di Mosè e la Stanzetta Segreta del Cuore - Testimoniare il Progetto di Dio Interiorizzato - Studio e Riflessione - n. 222
-di Renzo Ronca - 30-11-25
Introduzione
Ogni studio che affrontiamo nasce dal
desiderio di comprendere il progetto di Dio non solo come realtà storica o
dottrinale, ma come esperienza viva che deve essere interiorizzata nel cuore
del credente. La Scrittura ci mostra che Dio ha sempre rivelato la Sua presenza
attraverso segni concreti e simboli: il tabernacolo nel deserto, il tempio di
Gerusalemme, e infine la dimora dello Spirito Santo nel cuore dei credenti.
Il termine santuario (ebraico
miqdāsh, luogo santo) richiama l’idea di separazione e consacrazione.
Non si tratta di un edificio esteriore, ma di un progetto che abbraccia tutta
la storia della salvezza: dalla chiamata di Israele, alla venuta del Messia,
fino alla speranza del rapimento e della gloria futura. Ogni dettaglio, dalle
misure precise del tabernacolo ai gesti del sommo sacerdote, è parte di un
disegno che rivela la santità di Dio e la Sua volontà di abitare in mezzo al
Suo popolo.
Per questo i nostri studi non vogliono
essere semplici analisi tecniche, ma percorsi spirituali che aiutino il
lettore a riconoscere come i simboli biblici si riflettano nella vita
quotidiana. La cameretta di preghiera, il cuore consacrato, la testimonianza
verso le nazioni: tutto diventa parte di un unico filo che lega il credente al
progetto eterno di Dio.
Il nostro intento è accompagnare passo
dopo passo, con parole semplici ma profonde, mostrando come la rivelazione
biblica non sia un patrimonio da custodire gelosamente come un possesso privato,
bensì una luce da condividere. In questo modo, ogni studio diventa un invito a
vivere oggi nella santità, nella speranza del rapimento imminente e nella
certezza del giudizio finale che porterà la vittoria definitiva di Cristo.
1. Il tabernacolo come progetto
divino
Se potessimo osservare dall’alto il
tabernacolo di Mosè (Es 26:1-14), vedremmo un disegno ordinato e centrale: il
santuario al cuore dell’accampamento, le tribù disposte intorno, come cerchi
concentrici. Questo schema non era casuale, ma rivelava il progetto di Dio: la
Sua presenza al centro, e il popolo chiamato a custodirla e irradiarla verso le
nazioni. L’immagine dei raggi che dal Luogo Santissimo si diramano sulla terra
richiama la vocazione di Israele a essere luce per i popoli (Is 42:6).
Il termine tabernacolo
traduce l’ebraico mishkān (dimora, abitazione), che indica la volontà di
Dio di “abitare” in mezzo al Suo popolo. Non era un possedimento privato, ma un
segno di comunione universale. Tuttavia, i giudei interpretarono questa santità
come privilegio esclusivo, chiudendo l’accesso e caricando di pesi legalistici
i credenti (cf. Matt 23:4). Così non solo non aprirono la porta della
redenzione, ma neppure compresero le chiavi del Regno.
Nota esplicativa:
L’idea errata che “essere luce per i
popoli” significhi semplicemente esistere e mostrarsi come comunità speciale e
splendida, ma statica e chiusa, ha rappresentato un fallimento. Israele,
chiamato a diffondere la luce di Dio, si è invece rinchiuso nel privilegio,
venendo così provvisoriamente messo da parte per non aver condiviso la
ricchezza che era destinata a tutte le nazioni. Ma lo stesso errore si ripete
oggi in alcune chiese cristiane internazionali, che si percepiscono come già
perfette e autosufficienti: gli altri, se vogliono, devono bussare e
conformarsi alle loro regole. È come se la chiesa fosse una costruzione chiusa
che afferma: “Noi siamo perfetti; chi vuole, per attrazione, può entrare, ma
solo se corrisponde alla nostra dottrina e obbedisce alle nostre leggi.” In
questo modo si tradisce la vocazione originaria: essere luce significa
irradiare, aprire, condividere, non custodire gelosamente.
2. I teli e il recinto: protezione e
mistero
Il santuario era circondato da un
recinto (Es 27:9-19), che impediva di vedere dall’esterno ciò che avveniva
dentro. I teli del tabernacolo, descritti in Es 26, avevano un duplice aspetto:
all’esterno apparivano scuri, quasi grezzi; all’interno invece erano ricchi di
colori e figure di cherubini, splendenti nella loro perfezione. Questo
contrasto insegnava che la vera bellezza e gloria non si mostrano all’occhio
superficiale, ma si rivelano solo a chi entra nella comunione con Dio.
Il termine telo traduce
l’ebraico yerīʿāh (grande pezzo di tessuto), che richiama l’idea di
copertura e protezione. Così come i teli custodivano il mistero della presenza
divina, anche il cuore del credente necessita di un “rivestimento” che lo
separi dal mondo e dalla carne, affinché lo Spirito Santo possa dimorare nel
luogo più intimo.
3. La stanzetta di preghiera
Gesù stesso richiama l’immagine della
“stanzetta interna” quando insegna: “Tu, quando preghi, entra nella tua cameretta
(tameion, in greco: stanza segreta, ripostiglio interno) e, chiusa
la porta, prega il Padre tuo” (Matt 6:6). Questo tameion diventa il
nostro piccolo tabernacolo domestico, il luogo nascosto dove il cuore si apre a
Dio.
La cameretta non è un luogo fisico di
lusso, ma uno spazio di separazione e intimità. Così come il tabernacolo
era protetto da teli e recinti, la nostra vita spirituale necessita di un
“velo” che custodisca la comunione con Dio, lontano dagli sguardi esterni.
4. Consacrazione e imitazione di
Cristo
Il profeta Isaia, citato in Matteo
12:18-21, descrive il Servo di Dio: “Ecco il mio servo che io ho scelto, il mio
diletto nel quale l’anima mia si è compiaciuta; io metterò il mio Spirito sopra
di lui ed egli annuncerà la giustizia alle nazioni”. Qui il termine servo
traduce l’ebraico ʿebed (schiavo, servitore), che indica totale
appartenenza e dedizione.
La consacrazione del cristiano consiste
nell’imitare questo modello: aspirare a una vita nascosta in Dio, separata dal
mondo, ma al tempo stesso irradiata verso le nazioni. La nostra “stanzetta”
diventa il luogo santissimo del cuore, dove lo Spirito Santo ci avvolge e ci
educa alla santificazione.
5. Riflessioni teologiche
John Owen, teologo puritano,
sottolineava che la comunione con Dio è “la sostanza della vita cristiana” e
che essa si realizza nel raccoglimento interiore più che nelle forme esteriori.
Matthew Henry, nel suo commento, osserva che la cameretta di preghiera è “il
santuario domestico” dove il credente si esercita nella presenza di Dio.
Entrambi richiamano l’idea che il tabernacolo non è solo un edificio antico, ma
un modello spirituale per ogni credente.
Nota per lo studio personale: Anni fa ho realizzato uno studio dal titolo “Il
percorso dell’uomo nel santuario di Mosè come il cammino della nostra vita”.
Contiene immagini storiche reperite online, il cui copyright non è oggi certo.
Per questo può essere inviato in PDF solo su richiesta e ad uso personale. Una
versione aggiornata senza immagini, se realizzabile, sarà pubblicabile solo
dopo un controllo accurato. Contatto: mispic2@libero.it
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