La Profezia Più Triste e la Testimonianza Scritta (Deuteronomio 31:16-22) - Studio approfondito - n. 217

 di Renzo Ronca  25-11-25

 

Il brano di Deuteronomio 31:16-22 (che vi invito a leggere direttamente sull Bibbia mentre parliamo) è stato definito da diversi studiosi come uno dei più tristi dell’Antico Testamento. In esso Dio rivela a Mosè che, dopo la sua morte, il popolo si prostituirà spiritualmente, abbandonando il patto e seguendo altri dèi. È un momento di grande amarezza: Mosè, dopo una vita spesa per condurre Israele fino alla soglia della terra promessa, riceve la notizia che il popolo tradirà l’Alleanza.

1. La tristezza della profezia

Il versetto 16 annuncia che Israele “si prostituirà” (zanah, זָנָה, termine che indica l’infedeltà coniugale e spirituale). L’immagine è forte: il popolo, sposo dell’Eterno, si volgerà ad altri amori. La metafora della prostituzione spirituale ricorre spesso nei profeti (Osea 1-3; Geremia 3), e sottolinea la gravità del peccato di idolatria.

Mosè, uomo fedele e mite, deve affrontare la consapevolezza che il suo popolo, appena entrato nella terra promessa, si corromperà. La tristezza non è solo di Mosè, ma di Dio stesso, che vede il tradimento di coloro che ha formato e amato.

2. L’ira di Dio e il nascondere il volto

Il versetto 17 parla dell’ira di Dio (’aph, אַף, letteralmente “naso, volto accigliato”), ma non dobbiamo interpretarlo come collera umana. L’ira divina è la conseguenza del peccato: quando l’uomo si allontana da Dio, sperimenta il vuoto della Sua assenza. Il versetto 18 chiarisce: “Io nasconderò del tutto la mia faccia”. L’espressione “nascondere il volto” (haster panim, הַסְתֵּר פָּנִים) indica la privazione della benedizione e della protezione divina.

Non è Dio che diventa improvvisamente vendicativo, ma è l’uomo che, voltando le spalle a Dio, si ritrova immerso nel contrario della Sua essenza: angoscia, male, disordine. Come scrive Matthew Henry, “quando Dio nasconde il suo volto, non è Lui che cambia, ma siamo noi che ci priviamo della luce della Sua presenza”.

3. Il cantico come testimonianza

Nei versetti 19-22 Dio ordina a Mosè di scrivere un cantico (shir, שִׁיר) che serva da testimonianza contro Israele. La forma scritta è fondamentale: la trasmissione orale è fragile, mentre la scrittura garantisce permanenza. Dio stesso incide il Decalogo su pietra (Esodo 31:18), segno che la Sua Parola è destinata a durare.

La forma del cantico ha un valore pedagogico: la musicalità favorisce la memoria e la ripetizione. I Salmi, anch’essi cantici, hanno avuto la stessa funzione. Il Cantico di Mosè (Deuteronomio 32) diventa così un memoriale che accompagnerà il popolo nei secoli, e ancora oggi è letto nella tradizione ebraica e cristiana.

Il cantico è “testimonianza contro di loro”: la giustizia di Dio non fa preferenze. Essere di una certa etnia non garantisce salvezza. Giovanni Battista ammonisce: “Dio può suscitare figli ad Abramo da queste pietre” (Luca 3:8). La salvezza è dono di grazia, non privilegio etnico.

4. Il tempo di Dio

Il versetto 21b apre una prospettiva profonda: “Io conosco quali siano i pensieri che essi concepiscono, anche ora, prima che io li abbia introdotti nel paese”. Dio vive un eterno presente. L’uomo percepisce passato e futuro, ma Dio è fuori dal tempo creato. Per Lui tutto è già manifesto. (1)

Il concetto di “tempo di Dio” non ha un termine preciso nelle lingue umane. È un eterno presente, in cui ciò che per noi deve ancora avvenire è già visto da Dio. Come osserva il teologo evangelico A.W. Pink, “la prescienza di Dio non è una semplice previsione, ma la visione eterna di ciò che Egli stesso ha decretato”.

5. Il Cantico di Mosè

Il versetto 22 conclude: “Così Mosè scrisse quel giorno questo cantico e lo insegnò ai figli d’Israele”. Il Cantico di Mosè (Deuteronomio 32) è un poema che denuncia l’infedeltà del popolo e proclama la giustizia di Dio. Non è tramandato come melodia originale, ma come testo scritto, letto e meditato. In Apocalisse 15:3 si parla del “cantico di Mosè e del cantico dell’Agnello”, segno che la memoria della liberazione antica si unisce alla salvezza finale in Cristo.

6. L’ordine a Giosuè

Il versetto 23 segna il passaggio: “Sii forte e coraggioso”. L’ebraico chazaq ve’ematz (חֲזַק וֶאֱמָץ) indica forza interiore e fermezza. Giosuè dovrà guidare il popolo nelle battaglie. Per noi cristiani, la prospettiva è spirituale: le battaglie sono contro i principati e le potestà (Efesini 6:12). Giovanni Battista preparò la via al primo avvento di Cristo; noi, come continuatori dell’evangelizzazione, prepariamo la via al secondo avvento.

Il diavolo oggi inganna modificando il senso delle parole e delle comunicazioni. Essere forti e coraggiosi significa resistere agli inganni, mantenere la verità della Parola e combattere le battaglie interiori.

7. La legge accanto all’arca

I versetti 24-26 concludono: Mosè scrive tutte le parole della legge e ordina che siano poste accanto all’arca. La legge diventa testimonianza contro Israele. Non è solo un ammonimento per i giudei, ma per tutti gli uomini. In Apocalisse 11:19 l’arca appare nel cielo, segno che la legge e il patto rimangono validi fino al giudizio finale.

Conclusione

Deuteronomio 31:16-22 è un passo di grande tristezza, ma anche di grande profondità. Rivela l’infedeltà del popolo, la giustizia di Dio, l’importanza della scrittura e della memoria, la prospettiva del tempo divino e la necessità di forza nelle battaglie spirituali. Mosè scrive il cantico come testimonianza, Giosuè riceve l’incarico di guidare, e la legge viene posta accanto all’arca come segno eterno.

Per noi credenti, questo testo diventa ammonimento e incoraggiamento: ammonimento a non voltare le spalle a Dio, incoraggiamento a essere forti e coraggiosi, sapendo che il Signore è con noi e che la Sua Parola rimane per sempre.


(1)  Nostro Dossier “Tempo terreno e tempo di Dio” in

https://drive.google.com/file/d/1IJ0gqf4DZziBJDByo_RM2QJ1txQiZcMz/view?usp=drive_link



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