La successione di Mosè e la chiamata di Giosuè - Deuteronomio 31:14 approfondito - n. 216

-di Renzo Ronca  25-11-25 


Mosè e Giosuè come figure tipologiche: la Legge che prepara e il Condottiero che introduce nella promessa

Il versetto di Deuteronomio 31:14 segna un momento decisivo nella storia d’Israele: “Ecco, il giorno della tua morte si avvicina; chiama Giosuè, e presentatevi nella tenda di convegno perché io gli dia i miei ordini”. Mosè, ormai giunto a 120 anni, si trova alla conclusione di una vita straordinariamente guidata da Dio, scandita in tre fasi di quarant’anni ciascuna. Questa tripartizione, che si ricava dall’insieme dei dati biblici, mostra un disegno divino ordinato e pedagogico.

I tre periodi della vita di Mosè

Primo periodo (0–40 anni): formazione e crisi. Mosè nasce in circostanze miracolose, salvato dalle acque del Nilo e cresciuto alla corte del faraone. La sua educazione egiziana lo dota di conoscenze e cultura, ma la coscienza delle ingiustizie verso il popolo di Dio lo porta a un gesto impulsivo: l’uccisione dell’egiziano e la conseguente fuga. Qui si nota già la tensione tra la sua forza naturale e la necessità di una guida divina. Il nome Mosè (ebr. Mōšeh, “tratto fuori”) richiama la sua origine salvifica, ma anticipa anche la sua futura missione di “trarre fuori” Israele dall’Egitto.

Secondo periodo (40–80 anni): preparazione e chiamata. La lunga esperienza nel deserto di Madian, come pastore, diventa un tempo di raffinamento interiore. È qui che Mosè incontra Dio nel roveto ardente, evento che segna la svolta. Tuttavia, la vera missione di liberazione inizia solo quando, a ottant’anni, egli si presenta con Aronne davanti al faraone (Es 7:6). Questo dettaglio mostra che la seconda fase non si chiude semplicemente con la chiamata, ma si estende fino all’avvio concreto della liberazione. Il termine ebraico usato per “roveto” (seneh) richiama un arbusto umile, simbolo della rivelazione divina che si manifesta nella semplicità e nella debolezza umana. Come osserva John Calvin nel suo Commentary on Exodus, Dio plasma Mosè non con la potenza della corte, ma con la scuola dell’umiltà, affinché la sua autorità derivi unicamente dall’Eterno.

Terzo periodo (80–120 anni): guida e compimento. Da ottant’anni in poi Mosè diventa il condottiero del popolo: affronta il faraone, guida Israele attraverso il Mar Rosso e il deserto, riceve la Legge sul Sinai e accompagna la nazione fino ai confini della terra promessa. È un tempo segnato da ribellioni, miracoli e rivelazioni. La sua funzione di legislatore si concretizza nel Decalogo (deka logoi, “dieci parole”), inciso su pietra, destinato a rimanere come fondamento morale e spirituale. Infine, a centoventi anni, Mosè riceve da Dio l’annuncio della sua morte imminente (Dt 31:14). La sua vita si chiude con la consapevolezza di aver compiuto la missione affidatagli. Matthew Henry, nel suo Commentary, sottolinea come la morte di Mosè non sia una sconfitta, ma un “riposo nel Signore”, dopo aver adempiuto fedelmente il compito di mediatore della Legge.

Considerazione finale

La vita di Mosè, divisa in tre periodi di quarant’anni, mostra un chiaro schema pedagogico divino: formazione, preparazione, missione. La correzione cronologica di Esodo 7:6 ci aiuta a comprendere che la liberazione non inizia subito dopo il roveto ardente, ma solo quando Mosè, ormai ottantenne, affronta il faraone. A centoventi anni, invece, si colloca la fase conclusiva, quella della consegna del testimone a Giosuè e del riposo nel Signore. Così la storia di Mosè diventa esempio di un cammino spirituale: Dio forma, purifica e invia, fino al compimento finale.

 

 Le fasi della vita e la missione personale

Le fasi della vita di Mosè diventano paradigma della nostra stessa esistenza. Dio ha pensato un destino di redenzione e salvezza per ogni uomo. Egli ci fa crescere in conoscenza, ci pone davanti a crisi di identità (Mosè stesso era diviso tra l’essere cresciuto come egiziano e l’essere ebreo), ci conduce nel deserto, cioè in cammini difficili ma necessari per imparare a sentire la Sua voce e riconoscere il nostro ruolo nel mondo.

Ognuno di noi ha una missione, piccola o grande, ma sempre significativa. Prima di tutto dobbiamo imparare a condurre noi stessi: spirito, anima e corpo devono essere mantenuti uniti e integri “per l’arrivo del Signore” (cfr. 1 Tessalonicesi 5:23). Poi siamo chiamati a guidare la nostra famiglia naturale, e successivamente la famiglia spirituale che Dio ci affida. Infine, piacendo a Dio, giungeremo al riposo.

Il combattimento spirituale

Nell’Antico Testamento il combattimento era letterale, contro nemici reali e battaglie cruente. Per noi oggi la prospettiva è spirituale. L’apostolo Paolo scrive: “La nostra battaglia non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti” (Efesini 6:12). Questo ci ricorda che il vero conflitto si svolge nell’invisibile, e che abbiamo bisogno delle armi spirituali che Dio ci fornisce: la verità, la giustizia, la fede, la Parola di Dio.

L’uso indegno del Nome Santo

Accanto al combattimento spirituale che la Scrittura descrive, vediamo oggi popoli e gruppi che ricompongono sempre più guerre cruente nel tentativo di governare il mondo sotto ideali ipocriti di libertà religiosa o di pace. Che si definiscano giudei, islamici o persino cristiani, molti di essi non conoscono realmente il Dio vivente. Usano indegnamente il Suo Nome Santo per scopi di potere, piegando la religione a interessi terreni.

La Parola avverte che dietro tali inganni si cela lo spirito dell’anticristo, pronto a manifestarsi apertamente (cfr. 1 Giovanni 2:18; 2 Tessalonicesi 2:3-4). L’apparente religiosità diventa così strumento di dominio, ma in realtà è servizio reso a colui che si oppone a Cristo. Questo ci ricorda che la vera battaglia non è contro uomini o culture, ma contro le forze spirituali che si nascondono dietro le ideologie e i sistemi di potere.

L’obiettivo finale

Dopo le battaglie, vi è il raggiungimento dell’obiettivo: il ritorno del Signore, che governerà una terra rinnovata, riportata alla condizione originaria dell’Eden. Alcuni saranno rapiti e regneranno con Lui in ruoli che Egli stesso stabilirà (cfr. Apocalisse 20:4-6), altri, non rapiti ma giudicati degni di restare come sudditi sulla terra, apprenderanno senza più ostacoli la conoscenza dell’Eterno, con un Signore vivo e presente.

Conclusione

Il passaggio da Mosè a Giosuè nella tenda di convegno è più di un cambio di leadership: è un segno della continuità della presenza divina e della diversità degli strumenti che Dio usa per compiere il Suo piano. La vita di Mosè divisa in tre fasi diventa modello per la nostra crescita spirituale, e la prospettiva del combattimento e del riposo finale ci ricorda che siamo parte di un disegno eterno. La nostra “missione” non è mai casuale: Dio ci chiama, ci forma, ci affida compiti, e infine ci conduce al compimento, quando Cristo regnerà su una terra rinnovata.



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