Tenda di Convegno Tabernacolo e Stanza Interiore - Riflessione in Pillole - n. 215
-di Renzo Ronca -25-11-25
In Deuteronomio 31:14 leggiamo che l’Eterno chiama Mosè e Giosuè alla “tenda di convegno”. È importante distinguere questa tenda dal luogo provvisorio che Mosè usava in Esodo 33:7-11, posto fuori dall’accampamento e destinato a incontri personali con Dio. Quella era una struttura semplice, temporanea. Con la costruzione del tabernacolo (Esodo 40), la “tenda di convegno” divenne invece il centro ufficiale del culto, collocata al cuore dell’accampamento e segnata dalla presenza visibile della nube divina.
Il termine ebraico ’ohel mo‘ed (אֹהֶל מוֹעֵד) significa letteralmente “tenda dell’incontro” o “tenda dell’appuntamento”. L’idea è che Dio stabilisce un luogo e un tempo per incontrare il suo popolo. In Deuteronomio 31, Mosè e Giosuè vengono convocati lì non per un colloquio privato, ma per un atto pubblico e solenne: la trasmissione dell’autorità da Mosè a Giosuè, sotto lo sguardo della comunità e della gloria divina. La nube che scende all’ingresso della tenda (v. 15) richiama la stessa manifestazione che aveva inaugurato il tabernacolo (Esodo 40:34-35), segno che la presenza di Dio rimane stabile anche se la guida umana cambia.
Studiosi come John Calvin, pur non appartenendo al filone evangelico moderno ma molto apprezzato in ambito protestante, sottolineano che la tenda di convegno era il “segno visibile della grazia di Dio” e che la sua centralità serviva a ricordare al popolo che la vera guida era il Signore stesso. Più recentemente, commentatori evangelici come Matthew Henry hanno rimarcato che la convocazione di Mosè e Giosuè nella tenda mostra come la successione della leadership non fosse un affare politico, ma un atto sacro, radicato nella presenza divina.
La stanza interiore come luogo santo
Se la tenda di convegno era il luogo dell’incontro visibile tra Dio e il suo popolo, possiamo estendere la riflessione alla nostra “stanza interiore”. Gesù stesso, in Matteo 6:6, invita a entrare nella propria camera (tameion in greco, ταμεῖον, che significa “stanza privata, ripostiglio”) e a pregare nel segreto. Lì, lontano dagli sguardi, il cuore diventa il santuario dove Dio si manifesta spiritualmente.
Così come la tenda di convegno era il centro della vita comunitaria, la stanza interiore diventa il centro della vita personale. Non è costruita con legno di acacia o tessuti preziosi, ma con la disposizione del cuore. È il luogo dove lo Spirito Santo illumina la mente, corregge i pensieri e orienta le decisioni. L’apostolo Paolo parla del credente come “tempio dello Spirito Santo” (1 Corinzi 6:19), e questo ci ricorda che la vera dimora di Dio non è più una tenda esterna, ma l’uomo stesso rinnovato dalla grazia.
Il teologo evangelico A.W. Tozer osservava che “il cuore del credente è il santuario dove Dio si compiace di abitare”, e che la preghiera autentica è un incontro reale con il Signore, non un mero esercizio formale. In questo senso, la nostra stanza interiore diventa la nuova “tenda di convegno”: un luogo santo, invisibile agli occhi umani, ma reale davanti a Dio.
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