Gioia e Lotta nel Servizio Cristiano - Breve Riflessione - n. 229

 di Renzo Ronca  4-12-25

 

Paolo, scrivendo ai Filippesi, invita i credenti a “rallegrarsi sempre nel Signore” (Filippesi 4:4). Il verbo greco chaírete (χαίρετε) non indica una gioia superficiale, ma una disposizione interiore radicata nella comunione con Cristo. È una gioia che nasce dalla certezza che i nostri nomi sono scritti nel “libro della vita” (Filippesi 4:3), immagine che richiama la registrazione dei cittadini in un registro ufficiale: qui si tratta della cittadinanza celeste, garanzia di appartenenza definitiva a Dio.

Questa gioia, tuttavia, non è disgiunta dall’impegno e dalla lotta. Il Nuovo Testamento descrive il mondo come sotto il relativo dominio di Satana, chiamato “principe di questo mondo” (ho árchōn tou kósmou toutou, Giovanni 12:31; 14:30; 16:11). Paolo lo definisce “il dio di questo secolo” (ho theòs tou aiōnos toutou, 2 Corinzi 4:4), che acceca le menti per impedire la luce del Vangelo. Questo potere è reale, seppure permesso da Dio e destinato a durare fino alla grande tribolazione, quando sarà definitivamente annientato.

La gioia cristiana si manifesta anche come impulso naturale a condividere ciò che si è trovato. Gesù stesso lo illustra con la parabola della donna che ritrova la dramma perduta e chiama le amiche per gioire insieme (Luca 15:9). Similmente, la samaritana, dopo aver incontrato Cristo, corre al villaggio per annunciare la sua scoperta (Giovanni 4:28-29). In entrambi i casi, la gioia non rimane privata: diventa missione, comunicazione, testimonianza. Così l’evangelista sente la necessità buona di condividere la “bella notizia” con gli altri.

Eppure questa letizia incontra ostacoli. L’avversario si oppone alla verità di Dio in molte forme: indifferenza, maldicenza, mormorio, cattiveria consapevole. Non solo: anche mali fisici, mentali, preoccupazioni e sofferenze esistenziali possono diventare strumenti di scoraggiamento. Paolo stesso parla della “lotta” (agōn, ἀγών) della fede (1 Timoteo 6:12), termine che richiama la fatica dell’atleta. La vita cristiana è dunque gioia e combattimento insieme.

La consolazione più grande rimane la certezza che i nostri nomi sono scritti nel libro della vita. Quando l’avversario, l'accusatore (katēgoros, κατήγορος, Apocalisse 12:10), insinua che non siamo degni, la difesa non viene da noi stessi ma dal Signore: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Romani 8:31). Cristo stesso intercede, e la sua giustizia è la nostra garanzia.

Sintesi meditativa

La gioia del credente non è evasione dalle difficoltà, ma luce che brilla nel mezzo della lotta. È la gioia di chi ha trovato un tesoro e non può tacere, ma sa che il mondo è ostile e che l’avversario si oppone. È la gioia che si accompagna alla consapevolezza della battaglia, ma che rimane incrollabile perché fondata sulla certezza della salvezza. Servire il Signore significa vivere questa tensione: letizia e combattimento, annuncio e resistenza, con lo sguardo fisso su Cristo che difende e custodisce i suoi.

Questo atteggiamento riflette bene ciò che Paolo dice in 1 Corinzi 15:58: Siate saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore. La consapevolezza che Dio muove i fili di tutto ci libera dall’ansia di dover controllare tutto e ci dà pace nel servire con fedeltà.




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