Il Tendere alla Perfezione Senza Cadere nel Perfezionismo - Studio Riflessione - n. 239
-di Renzo Ronca 10-1-25
Introduzione La Scrittura invita i credenti a tendere alla
perfezione, ma questo non deve essere confuso con il perfezionismo. La
perfezione biblica non è un ideale di efficienza personale, bensì un cammino di
maturità spirituale che si fonda sulla grazia di Dio. Il perfezionismo, invece,
rischia di trasformarsi in un culto dell’efficienza, dove la fede viene riposta
nelle proprie capacità anziché nel Signore. È necessario distinguere tra la
chiamata alla santità e la trappola dell’efficientismo, che può condurre al legalismo
e al senso di colpa per ogni minima mancanza.
La perfezione secondo la Scrittura
Il termine greco teleios
(τέλειος), tradotto “perfetto”, significa “compiuto, maturo, giunto al fine”.
Non indica un’assenza assoluta di difetti, ma una pienezza di crescita
spirituale. Gesù stesso afferma: “Siate dunque perfetti, come è perfetto il
Padre vostro celeste” (Matteo 5:48). Qui la perfezione è intesa come
maturità nell’amore, riflesso del carattere di Dio.
Il perfezionismo, invece, è una
distorsione: cerca di raggiungere un ideale umano di impeccabilità, spesso
alimentato dall’ansia da prestazione. L'apostolo Paolo ricorda che il punto di partenza
non è ciò che manca, ma la grazia già ricevuta: “Avendo di che nutrirci e di
che coprirci, saremo di questo contenti” (1 Timoteo 6:8). La perfezione
cristiana nasce dalla gratitudine e dalla consapevolezza della grazia, non
dall’ossessione di colmare mancanze.
Il combattimento della fede
Paolo parla del “buon combattimento
della fede” (1 Timoteo 6:12). Questo combattimento è innanzitutto
interiore: custodire il deposito della grazia ricevuta, senza lasciarsi
trascinare da filosofie vuote o da un efficientismo pratico che riduce la vita
cristiana a prestazioni.
Il verbo greco agonizomai (ἀγωνίζομαι),
“combattere”, richiama la lotta dell’atleta che persevera fino alla fine. Non
si tratta di una gara di efficienza, ma di una resistenza spirituale che
mantiene intatto il cuore nella fede. L’apostolo invita a perseguire giustizia,
pietà, fede, amore, perseveranza e mitezza (1 Timoteo 6:11), virtù che non si
misurano con parametri di produttività, ma con la qualità della relazione con
Dio e con gli altri.
La libertà dalla “ansia da
prestazione”
Gesù ammonisce: “Non siate in ansia
per la vostra vita” (Matteo 6:25). L’ansia da prestazione è una forma
moderna di schiavitù spirituale: spinge a credere che il valore del credente
dipenda dai risultati ottenuti. In realtà, la vera perfezione consiste nel
riposo interiore, nella fiducia che Dio provvede.
Il termine ebraico shalom (שָׁלוֹם),
tradotto “pace”, indica uno stato di completezza e benessere integrale. È
questa la perfezione che la Scrittura propone: non un incessante sforzo di
miglioramento, ma la serenità di sentirsi “a posto” davanti a Dio, grazie alla
giustificazione in Cristo.
Il pericolo del legalismo e
dell’efficientismo
Molte comunità, nel tentativo di essere
“super-efficienti”, hanno rischiato di cadere nel legalismo, simile al
giudaismo che poneva il peso della perfezione nelle opere. Questo porta
inevitabilmente al senso di colpa per ogni errore. Paolo ricorda: “Ciascuno
rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato” (1 Corinzi 7:17).
La vita cristiana non è un continuo inseguimento di cambiamenti esteriori, ma
un cammino di fedeltà nell’essenziale.
Il perfezionismo ecclesiale può generare
turbamenti, distrazioni e aggiunte zelanti che complicano la fede. La vera
perfezione, invece, è semplicità e riposo nello Spirito Santo.
Commenti di studiosi protestanti
- John Stott
sottolineava che la perfezione cristiana è “maturità nell’amore”, non
impeccabilità morale. Egli insisteva sul fatto che la santità è frutto
della grazia, non di uno sforzo legalista.
- Martyn Lloyd-Jones avvertiva che il perfezionismo conduce
inevitabilmente alla disperazione, perché pone l’uomo di fronte a un
ideale irraggiungibile. La vera fede, invece, si fonda sulla sufficienza
di Cristo.
- Dietrich Bonhoeffer, pur in un contesto diverso, ricordava che la
grazia non è “a buon mercato”: essa libera dal perfezionismo perché invita
a una sequela autentica, non a un accumulo di opere.
Conclusione
Il tendere alla perfezione è un invito
alla maturità spirituale, alla pienezza dell’amore e alla serenità della fede.
Non significa inseguire un ideale umano di impeccabilità, né cadere nell’ansia
da prestazione. La perfezione biblica è riposo nella grazia, custodia del
deposito ricevuto, crescita nelle virtù essenziali.
Il credente è chiamato a vivere nella
pace interiore, nello shalom che deriva dalla consapevolezza di essere
giustificato e amato da Dio. In questo riposo, la comunità cristiana trova la
sua vera forza: non nell’efficienza delle attività, ma nella fedeltà alla
grazia che già possiede.
Per rendere ancora più evidente la
differenza tra la perfezione biblica e il perfezionismo umano, riportiamo una
comparazione che aiuta a fissare i punti essenziali.
Tabella comparativa
Conclusione meditativa La perfezione biblica è un cammino di maturità spirituale che si fonda sulla grazia e conduce alla pace interiore. Il perfezionismo umano, invece, è una distorsione che alimenta ansia e legalismo. Il credente è chiamato a custodire il deposito della grazia, perseguendo giustizia, pietà, fede, amore, perseveranza e mitezza, senza cadere nella trappola dell’efficienza.

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