La Memoria di Dio e la Memoria dell’Uomo - Studio - n. 232
di Renzo Ronca 5-12-25
Introduzione
Il tema della memoria di Dio, sempre benefica e
liberatoria, si contrappone alla memoria dell’uomo, spesso frammentata,
incontrollabile e talvolta accusatoria. La Scrittura ci ricorda più volte: “I
tuoi peccati sono perdonati”. Questa affermazione, che appare semplice,
racchiude una profondità che sfugge alla nostra comprensione immediata. Dio
dichiara: “Io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro
peccato” (Geremia 31:34). Qui il verbo ebraico zakar (“ricordare”) è
negato: Dio sceglie di non riportare alla memoria ciò che è stato perdonato.
Non si tratta di un’amnesia, ma di una cancellazione giuridica e relazionale.
La memoria di Dio come cancellazione
Il perdono divino non è un semplice “coprire” il
peccato, ma un eliminarlo dalla Sua memoria giudicante. L’offerta di Cristo
Gesù è stata accolta da Dio Padre, ed Egli è stato ritenuto degno di aprire il
libro del destino dell’umanità (Apocalisse 5). Il sacrificio dell’Agnello
perfetto ha valore retroattivo e prospettico: copre i peccati passati, presenti
e futuri. Il perdono di Dio non è vincolato al tempo terreno, ma si muove nel kairos
(tempo opportuno, eterno) di Dio, diverso dal nostro chronos (tempo
cronologico).
Il teologo protestante John Stott
sottolineava che la croce è “l’atto unico e irripetibile che ha valore
universale e permanente”: Dio non ricorda più i peccati perché sono stati
giudicati e puniti in Cristo.
La memoria umana: rimozione e ritorno
La psicologia moderna ha osservato che la memoria
umana possiede meccanismi di difesa. Freud parlava di “rimozione” (Verdrängung),
cioè lo spostamento di ricordi dolorosi in strati profondi dell’inconscio.
Tuttavia, questa rimozione non è definitiva: ciò che è represso può riemergere
improvvisamente, causando sensi di colpa, rabbia o autoaccusa. Jung aggiungeva
che i contenuti rimossi possono assumere la forma di “complessi” che
influenzano la vita cosciente.
La memoria umana, dunque, non è benefica
come quella di Dio. Essa può diventare lancinante, accusatoria, e persino
distruttiva. Da qui la necessità di un intervento divino: l’uomo non può
autoguarirsi dal peccato.
Il corpo e la mente secondo Paolo
L'apostolo Paolo descrive questa tensione in Romani 7: “Io
trovo dunque questa legge: quando voglio fare il bene, il male è presente in
me… Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo
di Gesù Cristo, nostro Signore”. L’apostolo riconosce che la carne (in
greco sarx, cioè la natura umana decaduta) si oppone allo Spirito Santo.
La memoria del peccato rimane come una “sacca” che può riemergere nei momenti
di debolezza. Tuttavia, lo Spirito Santo è la caparra (arrabōn, pegno)
dell’eternità, che ci fa pregustare la gloria futura.
La confessione come liberazione
La confessione del peccato è già di per sé
liberatoria: ammettere davanti a Dio la propria colpa significa riconoscere il
peso e ricevere subito la grazia. Non è un processo di auto-punizione, ma un
incontro con la misericordia. Gesù stesso disse: “Io sono la porta”
(Giovanni 10:9): attraverso Lui entriamo nella comunione con il Padre.
Il protestante Dietrich Bonhoeffer
osservava che la confessione comunitaria, se vissuta con sobrietà e senza
spettacolarità, è un dono che libera dal peso segreto del peccato. Tuttavia,
egli avvertiva del pericolo di trasformarla in esibizione o in rituale vuoto.
Il peccato inquina
Un punto delicato riguarda la confessione pubblica.
Parlare nei dettagli dei propri peccati può introdurre nell’ascoltatore
immagini e suggestioni che lo turbano. La psicologia parla di “proiezione”: un
contenuto emotivo passa da un cuore all’altro. Così il peccato, raccontato con
morbosità, può contagiare chi ascolta. Paolo ammonisce: “Non imporre con
troppa fretta le mani a nessuno e non renderti complice dei peccati altrui”
(1 Timoteo 5:22).
Il peccato non deve diventare motivo di
orgoglio o normalizzazione sociale. La memoria del peccato, se condivisa in
modo improprio, può inquinare altri cuori. Per questo è bene che la confessione
rimanga sobria, personale, e centrata sul perdono di Dio.
Qui occorre chiarire: anche cattolici e
ortodossi parlano di “perdono di Dio”, ma lo fanno attraverso un intermediario
(il sacerdote), che ascolta e decide la penitenza. Questa triangolazione non è
accettabile. Per noi protestanti la confessione è diretta: il peccatore apre il
cuore a Dio nel segreto, senza intermediari. Non è vergogna sociale, ma
consapevolezza che certi contenuti peccaminosi, comunicati nei dettagli,
possono diffondersi come un vero “inquinamento” spirituale. La confessione
sobria e personale salvaguarda la santità dell’atto e la salute della comunità.
Conclusione
La memoria di Dio per l'uomo che confida in Lui è sempre benefica: Egli sceglie di
non ricordare più i peccati perdonati. La memoria dell’uomo, invece, è fragile,
rimuove e ripropone, accusa e tormenta. Solo il sacrificio di Cristo libera
realmente, perché Dio cancella il peccato dal Suo libro. Lo Spirito Santo ci fa
pregustare questa realtà eterna, mentre la confessione ci permette di
sperimentare già ora la misericordia.
Il credente vive dunque tra due memorie:
quella umana, che può ferire, e quella divina, che guarisce. La fede ci invita
a confidare nella memoria di Dio, che non è selettiva né fragile, ma è una
scelta d’amore: “Non mi ricorderò più del loro peccato”.
A questo si collega la parola di
Proverbi 10:7: “La memoria del giusto è in benedizione, ma il nome degli
empi marcisce”. Anche qui si parla di memoria. Poiché “non c’è nessun
giusto, neppure uno” (Romani 3:10), il giusto è da intendersi come colui
che è stato giustificato. E chi può essere giustificato davanti a Dio se
non colui che si presenta al Padre nel nome del Figlio? Paolo afferma: “Per
mezzo di lui abbiamo avuto, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella
quale stiamo saldi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio”
(Romani 5:2).
Il nome degli empi – cioè di coloro che
vivono senza Dio o contro Dio – “marcisce”. L’espressione richiama la caducità
della carne, nata dalla terra e destinata a tornare alla terra. Per loro non vi
sarà vita futura nel paradiso. Al contrario, la memoria del giustificato rimane
in benedizione, perché è custodita nella memoria eterna di Dio.
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