Salmo 27 Dimorare Contemplare Meditare la Presenza di Dio Come Elevata Espressione d’Amore - Studio Elaborato - n. 223
-di Renzo Ronca 1-12-25
Il Salmo 27 è uno dei testi più intensi
della raccolta davidica. Esso alterna momenti di fiducia e di supplica,
mostrando la tensione tra la sicurezza che deriva dalla presenza di Dio e
l’angoscia di chi si sente minacciato. Non è un salmo astratto o filosofico, ma
un canto vissuto, che nasce dall’esperienza concreta di un credente circondato
da nemici e paure, eppure sostenuto da una certezza più grande: la comunione
con Dio.
Due versetti in particolare racchiudono
il cuore di questa esperienza: il v. 4 e il v. 8. Essi ci permettono di entrare
nel dinamismo della ricerca di Dio, che è insieme desiderio, contemplazione e
risposta all’invito divino. In essi si manifesta non solo un bisogno
intellettuale di conoscere, ma un amore profondo, come quello tra lo Sposo e la
sposa.
Verso 4: “Una cosa ho chiesto al
SIGNORE…”
Il testo ebraico inizia con
l’espressione ’achat sha’alti (“una cosa ho chiesto”). Il termine sha’al
significa “domandare, invocare, chiedere con insistenza”. Non si tratta dunque
di un desiderio occasionale, ma di un’aspirazione a vivere nello spazio della
presenza divina. L’ebraico yashav (“dimorare”) suggerisce stabilità,
radicamento, quasi un “abitare insieme”. Qui si intravede la dimensione di una
comunione intensa come un matrimonio
spirituale: il credente non cerca un concetto, ma un volto, una presenza che lo
abbraccia. Una richiesta che definisce la direzione della vita.
L’unità del desiderio (“una cosa”)
indica che tutto il cuore del salmista è concentrato su un unico bene: la
comunione con Dio.
La frase “abitare nella casa del
SIGNORE” richiama il termine yashav (“dimorare, sedere, stabilirsi”).
Non è solo un soggiorno temporaneo, ma un radicamento continuo. La “casa del
SIGNORE” (beit YHWH) non va intesa soltanto come il tempio materiale, ma
come il luogo della presenza divina. Per il credente, questo si traduce
nella ricerca costante di vivere sotto lo sguardo di Dio.
Segue l’espressione “contemplare la
bellezza del SIGNORE”. Il termine ebraico no‘am significa “dolcezza,
amabilità, grazia”. Non si tratta di una bellezza estetica, ma della bontà e
della grazia di Dio che si manifestano al cuore. Calvino, nel suo commento ai
Salmi, sottolinea che qui la “bellezza” è la bontà paterna di Dio, che consola
e sostiene il credente. La contemplazione non è evasione, ma riconoscimento
della bontà divina che si riflette nella vita.
Infine, “meditare nel suo tempio”. Il
verbo baqar significa “esaminare, investigare, considerare
attentamente”. Non è un semplice guardare, ma un entrare in profondità, un
esercizio di discernimento spirituale. Matthew Henry, noto commentatore
puritano, osserva che il tempio è il luogo dove la mente si esercita nel
conoscere Dio, e che la vera felicità consiste nel dedicarsi a questa meditazione.
Dimensione escatologica
Il desiderio di “abitare nella casa del
SIGNORE” e di “cercare il suo volto” non si esaurisce nell’esperienza terrena.
Questi versetti aprono una prospettiva escatologica: la comunione con Dio,
vissuta ora in modo parziale e spesso turbato, troverà il suo compimento nella
visione faccia a faccia. Paolo, in 1 Corinzi 13:12, afferma che ora vediamo “come
in uno specchio, in modo oscuro”, ma allora vedremo “faccia a faccia”.
La “casa del SIGNORE” allora in questo
contesto, anticipa la dimora eterna. Gesù stesso, in Giovanni 14:2, parla delle
“molte dimore” nella casa del Padre, dove i suoi discepoli saranno accolti. La
comunione che ora si esprime nella contemplazione e nella ricerca diventa
promessa di una dimora definitiva, dove non ci sarà più separazione.
L’Apocalisse riprende il tema sponsale:
la Chiesa è la sposa che attende lo Sposo (Ap 21:2). La ricerca del volto
divino diventa attesa del ritorno di Cristo, quando l’unione sarà completa.
Jonathan Edwards descrive la beatitudine finale come “godere della presenza
immediata di Dio, senza più ostacoli o veli”.
Verso 8: “Cercate il mio volto!”
Il testo ebraico presenta una dinamica
dialogica: lakh amar libbi bakshu fanay (“Il mio cuore ha detto da parte
tua: Cercate il mio volto”). Il termine panim (“volto”) è ricco di
significato: indica la presenza personale, il manifestarsi di Dio. Cercare il
volto di Dio significa desiderare la sua comunione diretta, non solo i suoi
doni.
Il cuore del salmista risponde: “Io
cerco il tuo volto, o SIGNORE”. Il verbo baqash (“cercare”) implica una
ricerca attiva, perseverante. Non è un atto momentaneo, ma un impegno costante.
Charles Spurgeon, nel suo Treasury of David, sottolinea che la ricerca
del volto di Dio è la risposta più alta che l’anima possa dare: Dio invita, e
l’uomo risponde con obbedienza e desiderio.
Qui si manifesta un movimento spirituale
fondamentale: Dio prende l’iniziativa (“Cercate il mio volto”), e il credente
risponde (“Io cerco”). La fede non nasce da un impulso umano, ma dall’appello
divino che suscita il desiderio. Questo dialogo mostra la relazione personale e
viva tra Dio e il suo popolo.
Approfondiamo: Il volto cercato - risposta
nella comunione d’amore
Nel v. 8, l’invito divino “Cercate il
mio volto” (bakshu panay) è la voce dello Sposo che chiama la sposa. Il
volto (panim) è la manifestazione della persona, la sua essenza
relazionale. Cercare il volto di Dio significa desiderare la sua presenza viva,
non solo i suoi doni.
L’anima risponde: “Io cerco il tuo
volto, o SIGNORE”. Qui si completa il movimento spirituale dello Sposo e della
sposa: Dio chiama, l’anima risponde, e la comunione si realizza come
incontro di cuori.
Il verbo baqash (“cercare”)
indica una ricerca perseverante, quasi ansiosa, come quella dell’amata che non
trova pace finché non incontra lo sguardo dell’amato. Martin Luther,
commentando i Salmi, sottolinea che il volto di Dio è la sua benevolenza, e che
cercarlo significa vivere nella certezza del suo favore. Non è un esercizio
intellettuale, ma un atto di amore che coinvolge la totalità dell’essere.
Sintesi: fusione di cuori
Il desiderio di dimorare nella casa di
Dio (v. 4) e la ricerca del suo volto (v. 8) si illuminano reciprocamente. Dimorare
significa stabilire una comunione continua; cercare il volto significa
vivere questa comunione come relazione personale tra due esseri che si amano.
L’anima, pur fragile e turbata, non può sottrarsi a questo desiderio: essa
anela a una fusione di cuori, dove lo sguardo dell’amore divino incontra lo
sguardo umano.
Non si tratta di una fusione mistica che
annulla l’identità, ma di una comunione profonda che conserva la nostra
umanità e la trasfigura. Lo Sposo e la sposa restano distinti, ma il loro
amore li unisce in un vincolo che supera l’intelletto. È la comunione promessa
e anticipata già ora, che troverà la sua pienezza nella visione faccia a faccia
(1 Cor 13:12).
Approfondiamo “Il mio cuore mi
dice da parte tua” (v.8a)
Questa breve espressione racchiude un
mistero profondo: il cuore umano diventa luogo di risonanza della voce
divina. L’ebraico lakh amar libbi può essere tradotto letteralmente
“a te ha detto il mio cuore”, ma la resa italiana “mi dice da parte tua” coglie
bene il senso: ciò che il cuore esprime non nasce da sé, bensì proviene da Dio.
Il cuore come centro della persona
Nella Bibbia, il lev (cuore) non
è solo sede dei sentimenti, ma il centro della vita interiore: pensiero,
volontà, emozioni, coscienza. Quando il salmista afferma che il cuore parla “da
parte tua”, riconosce che la voce che risuona dentro di lui è eco della voce di
Dio. Non è introspezione psicologica, ma rivelazione interiore.
L’adattamento dello Spirito
Qui si manifesta l’opera dello Spirito
Santo: Egli prende la parola sublime di Dio e la adatta al cuore umano,
traducendola in un linguaggio semplice e amoroso. È come se lo Spirito Santo
effondesse la voce divina in modo che l’anima possa comprenderla e farla
propria. La parola di Dio, che è infinita e trascendente, viene resa
accessibile, senza perdere la sua intensità.
Lutero sottolineava che la Scrittura
diventa viva quando lo Spirito la imprime nel cuore del credente. In questo
versetto vediamo proprio questo: la voce divina non resta esterna, ma viene
interiorizzata, trasformata in parola che il cuore può pronunciare.
Il segreto del dialogo
Il “da parte tua” è decisivo: il
cuore non parla da sé, ma come portavoce di Dio. È il segreto del
dialogo tra Dio e l’anima: Dio prende l’iniziativa, lo Spirito traduce, il
cuore esprime. L’uomo non inventa la voce divina, ma la riceve e la
restituisce. Questo rende la preghiera autentica: essa nasce da Dio e ritorna
a Dio, passando attraverso il cuore umano.
Dimensione amorosa
Il tono è intimo e affettuoso. Non è un
comando freddo, ma una voce che si fa vicina, quasi sussurrata. Lo Spirito di
Dio effonde la parola in modo che il cuore la percepisca come invito d’amore. È
la sublime realizzazione di una comunione: Dio parla, e il cuore umano diventa
il luogo dove la sua voce si fa carne, dove l’infinito si traduce in linguaggio
umano.
Riferimenti scritturali
1) Lo Spirito e i “sospiri
ineffabili”
In Romani 8:26 Paolo scrive: “Lo
Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come
si conviene; ma lo Spirito stesso intercede per noi con sospiri ineffabili.”
Qui vediamo lo stesso dinamismo del Salmo 27: il cuore umano è incapace di
esprimere pienamente il desiderio di Dio, ma lo Spirito traduce e adatta la
voce divina in un linguaggio che l’anima può comprendere. I “sospiri
ineffabili” (stenagmois alalētois) sono gemiti che non si possono
esprimere con parole, ma che lo Spirito effonde dentro di noi. Così, quando il
salmista dice “il mio cuore mi dice da parte tua”, riconosce che la voce che
risuona in lui è già opera dello Spirito, che trasforma l’infinito in
linguaggio umano.
2) Romani 8:16
Paolo continua: “Lo Spirito stesso
attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.” Qui si manifesta il
segreto del dialogo: lo Spirito non parla dall’esterno, ma attesta dentro
il cuore del credente. È una testimonianza interiore, che conferma la nostra
identità e ci rende capaci di rispondere. Il “da parte tua” del Salmo 27 è
proprio questo: il cuore diventa eco della voce dello Spirito, che attesta e
conferma la comunione con Dio. Non è un pensiero umano, ma una voce divina resa
accessibile.
3) Geremia 31:33
Il profeta annuncia la nuova alleanza: “Metterò
la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore; io sarò il loro Dio ed
essi saranno il mio popolo.” Qui il cuore diventa il luogo della scrittura
divina. Non più tavole di pietra, ma la legge impressa nell’intimo. Il “da
parte tua” del Salmo 27 trova qui la sua piena spiegazione: Dio stesso scrive
nel cuore, e il cuore diventa portavoce della sua volontà. È lo Spirito che
imprime la parola divina, adattandola alla nostra interiorità, così che l’anima
possa esprimerla con parole semplici e amorose.
Ed ecco che questo movimento trova il
suo compimento nel Logos, la Parola vivente. Giovanni 1:14 dichiara: “Il
Verbo si è fatto carne ed ha abitato per un tempo fra di noi, pieno di grazia e
di verità.” La voce che lo Spirito imprime nel cuore non è un concetto
astratto, ma è la stessa Parola incarnata: Cristo, il Figlio di Dio, che si è
fatto uomo per comunicare in modo pieno e accessibile l’amore del Padre.
In questa prospettiva, l’unità d’amore di
cui stiamo parlando si manifesta nella persona di Gesù. Egli è la Parola che si
adatta alla nostra condizione umana, come lo Spirito adatta la voce divina al
cuore. Il Logos non rimane distante, ma entra nella nostra storia, parla il
nostro linguaggio, si fa carne per incontrarci.
Così anche la legge, che nel
Sinai fu data come decalogo, trova la sua vera voce non nel giudizio, ma
nell’amore. Scritta su tavole di pietra, essa poteva apparire come norma
esterna e severa; ma scritta nel cuore, e compiuta nel Cristo, essa risuona
come espressione di amore. Gesù stesso riassume la legge nel duplice
comandamento dell’amore: amare Dio e amare il prossimo (Matteo 22:37-40).
Il decalogo, quindi, non è un peso di
condanna, ma un canto di amore quando è illuminato dal Logos incarnato. È la
stessa dinamica che vediamo nel Salmo 27: la voce di Dio, resa viva dallo
Spirito, diventa parola di amore nel cuore. La legge, se vissuta nello Spirito
e nel Cristo, non è applicazione di giudizio, ma risonanza di amore che guida
l’anima verso la comunione.
La fatica del ritorno dopo l’estasi
Chi percepisce in modo intenso la
rivelazione-amore di Dio — come nel versetto “Il mio cuore mi dice da parte
tua” — spesso sperimenta una difficoltà: dopo il momento di estasi, tornare
alla dimensione ordinaria della vita quotidiana sembra quasi impoverente. È la
fatica di rientrare nel tempo terreno dopo aver assaporato un frammento di
eternità.
Molti asceti e mistici, nella storia,
hanno seguito questo impulso ritirandosi dal mondo, cercando di prolungare
l’estasi in una vita separata. Ma il Salmo 27 e l’intera rivelazione biblica ci
mostrano che il Signore non ci chiede una fuga dal mondo. Le estasi della
preghiera sono doni momentanei, già di per sé fuori dal nostro tempo, ma sempre
inseriti nel disegno di Dio che ci vuole presenti nella storia.
Momento eterno scritto nel libro di
Dio
Ogni esperienza di comunione intensa con
Dio è già “scritta nel libro dell’eternità di Dio”, con accanto il nostro nome specifico.
È un frammento di eternità che ci viene donato, un anticipo della visione
futura. Ma proprio perché è dono, non può essere trattenuto o prolungato a
piacere: dura un momento, e poi ci riporta al cammino quotidiano.
Il cuore, dopo aver percepito la voce
divina, deve tornare a vivere nel mondo, portando con sé la memoria di
quell’incontro. L’estasi non è evasione, ma forza per affrontare la vita
terrena con rinnovata speranza.
Camminare nel mondo senza affrettare
i tempi
Paolo esprime bene questa tensione in
Filippesi 1:23-24: “Ho il desiderio di partire e di essere con Cristo,
perché sarebbe molto meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel
corpo.” Qui vediamo la stessa dinamica: il desiderio intenso della
comunione definitiva con Dio, e al tempo stesso la consapevolezza che, finché
siamo terreni, dobbiamo camminare nel mondo. Non possiamo affrettare i tempi:
l’eternità è promessa, ma la nostra vocazione presente è vivere nella storia,
testimoniando la luce che abbiamo ricevuto.
In questo studio ho seguito la spinta
dell’anima cos' come veniva, riprendendo ed elaborando poi ad ogni input spirituale. Ho notato che più investigavo e più scoprivo; passando e ripassando
sui versetti trovavo sempre nuove luci, e più trovavo più cresceva la mia gioia.
Chi ricorda l’immagine delle spirali verso l’alto, come simbolo delle aperture
del cuore e dello spirito nostro verso Dio, comprenderà come il tornare e
ritornare su una meditazione, come nei versetti di questo Salmo 27, possa
elevare lo spirito sempre più vicino al Signore vivente.
Verrebbe quasi voglia di restare in
questa ascesa piacevole e meravigliosa, trasformante, come disse Pietro: “È
bello stare qui, facciamo tre tende…” (Matteo 17:4). Ma non si possono
fermare nel nostro tempo i movimenti dei pensieri di Dio che ci nutrono e ci
scaldano. Essi sono doni momentanei, frammenti di grazia che ci vengono
concessi e che già portano in sé l’eco dell’eternità.
Per ora ci dobbiamo accontentare di questi momenti di grazia, che sono però sufficienti a sostenere il cammino quotidiano.
Vorrei incoraggiare quanti avvertono questo richiamo del Signore a
non trascurarlo, ma a continuarlo in meditazioni giornaliere. È in questa
fedeltà quotidiana che si compie la nostra crescita interiore: un passo dopo
l’altro, un ritorno dopo l’altro, sempre più vicini al volto del Signore che ci
chiama e ci accompagna.
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