IL CREDENTE NEL TEMPO PRESENTE - Salvezza Certa, Prove Attuali e Anticipi di Gloria - Riflessioni Approfondite - n. 279

 di Renzo Ronca  9-1-26

 

1. Punto di partenza: siamo davvero salvati, ma non ancora glorificati

Salvezza compiuta, vita ancora ferita

Attraverso Gesù Cristo l’uomo è realmente salvato e perdonato da tutti i suoi peccati: la giustificazione è un atto compiuto, oggettivo, basato sull’opera di Cristo e non sul nostro stato emotivo.

Martin Lutero insisteva con forza su questo: la giustificazione è un “verdetto” di Dio, una dichiarazione legale (forense) per cui il peccatore è considerato giusto in Cristo, pur restando ancora peccatore nella sua esperienza quotidiana. Questo è il suo famoso paradosso: simul iustus et peccator (“simultaneamente giusto e peccatore”).

Giovanni Calvino, nelle Istituzioni, sottolinea che la nostra unione con Cristo comporta tre grandi doni: giustificazione, adozione, santificazione. La giustificazione è perfetta e completa; la santificazione è reale ma progressiva; la glorificazione è certa, ma futura. Questa struttura aiuta a comprendere la tensione che tu descrivi: siamo già figli, ma non ancora pienamente trasformati.

Il “già e non ancora” del Regno

I teologi parlano di “già e non ancora” per descrivere questa tensione: il Regno di Dio è già iniziato con la venuta di Cristo, ma non è ancora compiuto; la salvezza è già vera, ma non ancora pienamente manifestata in noi e nel creato. Questa chiave è essenziale capire che:

  • non siamo ancora spirito… in noi è predominante il corpo;
  • il fatto che la nostra esperienza non coincide ancora con la nostra posizione in Cristo;
  • la sofferenza accompagna la vita cristiana, anche dopo la nuova nascita.

Quindi: non è incoerenza del Vangelo, ma la condizione normale del credente attraverso la storia della Chiesa di Gesù Cristo.


2. Il credente tra speranza, servizio e mondanità: la dinamica della nuova nascita

Nuova nascita e nuova motivazione

Quando un credente scopre che è perdonato in Cristo, il suo spirito (in senso biblico: la sua interiorità rigenerata) trova:

  • la speranza del Regno di Dio,
  • una risposta al “perché” della propria esistenza,
  • il desiderio di servire Dio e di cercare la Sua presenza,
  • una spinta ad allontanarsi dalla mondanità.

Il battesimo in acqua (da adulti) è il segno esteriore di questa decisione: un’identificazione con la morte e risurrezione di Cristo (Romani 6), un “passaggio di confine” rispetto al mondo.

Autori come John Stott hanno spesso evidenziato come la conversione autentica comporti quattro dimensioni: mente illuminata, volontà piegata, affetti riorientati, comportamento trasformato. Ma Stott sottolinea anche che questa trasformazione non è istantanea né lineare: la grazia non elimina le lotte, ma le riorienta.

La serenità promessa e la serenità percepita

E’ necessario cogliere una tensione: noi diciamo che la Chiesa ha in sé una fede che le porta una certa serenità interiore, ma nel singolo credente questa serenità, che dovrebbe essere acquisita, spesso non si stabilizza. Qui entra in gioco la distinzione tra:

  • la pace oggettiva con Dio (Romani 5:1: “giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio”),
  • la pace soggettiva di Dio nel cuore (Filippesi 4:7: “la pace di Dio che supera ogni intelligenza”).

J. I. Packer, riflettendo sull’adozione, sottolinea che il credente è realmente figlio, ma spesso vive come se fosse ancora orfano: ciò che è vero oggettivamente non è ancora pienamente interiorizzato. Da qui la fatica, i sensi di colpa ricorrenti, la difficoltà a “credersi davvero amati”.


3. Il ruolo della sofferenza: Giobbe, la croce e le prove crescenti

Giobbe e la possibilità di prove crescenti

Il libro di Giobbe mostra che Dio può permettere al Satana (accusatore) di mettere alla prova il credente in forme progressive. Giobbe passa attraverso almeno due cicli di prove:

  • perdita dei beni e dei figli,
  • poi colpo diretto sulla sua salute.

Molti interpreti evangelici hanno visto in Giobbe una sorta di paradigma della sofferenza del giusto: le prove non sono necessariamente segno di sfavore divino, ma possono essere strumenti attraverso cui Dio purifica la fede, smaschera false sicurezze, approfondisce il rapporto personale con Lui.

Autori come D. A. Carson e Philip Yancey hanno insistito sul fatto che il libro di Giobbe ci proibisce una visione “meccanica” della giustizia di Dio (soffri = sei colpevole; stai bene = sei giusto). Dio resta sovrano e misterioso, ma non è mai arbitrario: le prove, per quanto dure, non sono mai disgiunte dal Suo amore.

La croce come chiave della sofferenza

John Stott, ne La croce di Cristo, afferma che la croce non spiega tutti i “perché” del dolore, ma ci mostra “dove” Dio è nel dolore: non lontano, ma dentro, con noi. Il Figlio di Dio ha assunto la sofferenza fino alla morte, e proprio attraverso la croce il Padre compie il Suo disegno di grazia.

Questa prospettiva è fondamentale per capire la trasfigurazione e il “passaggio” di Gesù verso la croce: la gloria e il dolore non sono opposti, ma intrecciati nel piano divino.

 

4. “Non siamo ancora spirito”: il corpo, la morte e il desiderio di partire

Corpo presente, gloria futura

Noi non siamo ancora spirito, in noi è predominante l’azione diretta del corpo. Biblicamente, non siamo chiamati a disprezzare il corpo, ma a riconoscere che il corpo attuale è:

  • corpo di umiliazione (Filippesi 3:21),
  • corpo corruttibile (1 Corinzi 15),
  • sede di desideri spesso in conflitto con lo Spirito Santo (Galati 5).

Il nuovo corpo glorioso verrà al ritorno di Cristo: allora sì, saremo uomini nuovi spirituali con corpo glorioso. Fino ad allora viviamo in un “confine” fragile tra vita e morte.

A volte viene da pensare che la vita per noi cristiani è sempre border line con la morte; forse c’è un nucleo di verità, ma va custodita teologicamente: il Nuovo Testamento non invita a desiderare la morte come fuga dalla sofferenza, bensì a desiderare Cristo come fine ultimo, lasciando a Dio il quando e il come del nostro “partire”.

Paolo: desiderare di partire, ma restare per gli altri

In Filippesi 1:21‑24, Paolo dice: “Per me il vivere è Cristo e il morire guadagno… ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi”. Qui vediamo:

  • un desiderio legittimo di essere con Cristo (non un impulso di fuga, ma una speranza orientata alla persona del Signore),
  • un accoglimento sereno del rimanere per il bene degli altri, se questo è il volere di Dio.

Molti autori evangelici (ad esempio Martyn Lloyd‑Jones) hanno messo in guardia dal confondere questo desiderio di essere con Cristo con una forma di stanchezza disperata della vita. Il credente può essere stanco, provato, persino angosciato; ma non è chiamato a “gestire” da sé i termini del proprio andare. Questo appartiene alla sovranità di Dio.

Forse sarebbe egoistico andare subito con il Signore, Egli vuole servirsi di noi per fare testimonianze di obbedienza‑nonostante. È una formulazione molto vicina allo spirito del Nuovo Testamento: restare, quando Dio ci lascia qui, è un servizio; partire, quando Dio ci chiama, è un guadagno. Non siamo padroni né dell’uno né dell’altro.

 

5. Trasfigurazione: un anticipo di gloria che non evita la croce

Una visione che vorremmo trattenere

Sul monte della trasfigurazione, Gesù mostra a tre apostoli un’anticipazione della Sua gloria. Il termine usato è metamorphoō (μεταμορφόω), “trasformare, cambiare forma”. È come se, per un momento, la vera gloria del Figlio trapelasse attraverso il velo della Sua umanità.

Pietro reagisce in modo istintivo: “è bene per noi stare qui”, e vorrebbe fissare quella esperienza con tre tende. Molti interpreti (tra cui anche numerosi predicatori evangelici contemporanei) vedono in questo il desiderio tipico del credente di trattenere le esperienze spirituali “alte”, i momenti di consolazione intensa, evitando il ritorno alla fatica del quotidiano. Ma il tema della conversazione nella visione sul monte è la croce. I Vangeli ci dicono che Gesù parla con Mosè ed Elia del Suo “esodo” (ἔξοδος, Luca 9:31), cioè della Sua prossima dipartenza: il passaggio attraverso la croce. La luce della trasfigurazione non elimina la croce, la illumina. La gloria futura non cancella il cammino della sofferenza, lo colloca nel disegno del Padre.

Qui c’è una lezione enorme per il tema che trattiamo:

  • siamo attirati dalla gloria (legittimamente),
  • vorremmo “restare sul monte”,
  • ma il Signore ci richiama a scendere, a seguire il percorso che Egli ha stabilito, fino alla “croce” personale che ciascuno è chiamato a portare.

Molti commentatori evangelici hanno sottolineato che la trasfigurazione è data come sostegno alla fede dei discepoli in vista dello scandalo della croce. Analogamente, le consolazioni spirituali nella vita del credente non sono un luogo dove fermarsi per sempre, ma un dono per poter attraversare le prove.

 

6. Satana accusatore, peccati perdonati e mancanza di pace interiore

Accusa e memoria del peccato

Quando diciamo che Satana ci accusa… ci mostra i nostri peccati che ci fanno tremare… siamo perdonati, ma sappiamo anche che quei peccati li abbiamo commessi… e in noi non si stabilizza la serenità, la pace…  In un certo senso descriviamo molto bene una dinamica spirituale reale:

Qui si incrociano tre piani:

1.     La realtà oggettiva del perdono in Cristo (Ebrei 10, 1 Giovanni 1:9).

2.     La memoria soggettiva del peccato, che non viene cancellata dal cervello e può riemergere con dolore.

3.     L’azione accusatrice di Satana, il cui nome significa proprio “accusatore”.

Giovanni Owen, pur essendo molto rigoroso sulla santificazione, insiste che il credente deve imparare a “fare guerra” all’incredulità che non vuole accettare la completezza del perdono di Cristo. La mortificazione del peccato non è autoflagellazione, ma appropriazione praticata del Vangelo.

Martyn Lloyd‑Jones, in Spiritual Depression, mostra come molti credenti sinceri restino intrappolati in un circolo di accuse interiori, perché guardano più ai propri sentimenti che alle promesse di Dio. Non nega la profondità delle ferite, ma invita a “predicare il Vangelo a sé stessi” invece di ascoltare passivamente le voci accusatrici.

Quando la pace tarda a stabilizzarsi

Qui serve una grande delicatezza. Non è detto che chi fatica a gustare la pace promessa abbia una fede meno autentica. A volte:

  • ci sono ferite psicologiche profonde,
  • sensi di colpa coltivati per anni,
  • immagini distorte di Dio (duro, punitivo),
  • abitudini interiori di auto‑accusa.

Autori come Jerry Bridges (ad esempio in Trasforming Grace) hanno evidenziato che molti evangelici vivono “come se la grazia valesse solo per l’inizio della vita cristiana”, e poi rientrano in una forma di legalismo interiore. Il risultato è quello della promessa di un “peso tolto” che non viene subito sperimentata in tutta la sua ampiezza.

Non è necessariamente segno che “c’è qualcosa che non va nella salvezza”, ma spesso indica che il credente è ancora in un cammino di guarigione, dove la grazia deve scendere sempre più in profondità nel cuore.

7. Sintesi

Dal amterialo trovato riporto in fila i punti chiave che emergono dai grandi interpreti della grazia nei nostri ragionamenti:

  • Siamo realmente giustificati e perdonati in Cristo: questo è un fatto compiuto (Lutero, Calvino).
  • Viviamo però nel “già e non ancora”: salvati ma non glorificati, figli ma non ancora perfettamente conformi a Cristo.
  • La nuova nascita accende un desiderio reale di Dio, ma non elimina le tentazioni e le prove (Giobbe come paradigma).
  • Dio può permettere prove crescenti, fino quasi al limite della sopportazione, ma non per distruggere: per purificare, correggere, farci entrare più profondamente nella comunione con Cristo.
  • La vita cristiana vive su un confine fragile tra vita e morte, ma il Nuovo Testamento ci insegna a desiderare Cristo, non la morte in sé, lasciando a Dio il momento del nostro “partire” (Paolo ai Filippesi).
  • Le esperienze di gloria (come la trasfigurazione) sono anticipi della realtà futura, dati per sostenerci nel cammino, non per farci evadere dalla croce.
  • Satana resta accusatore, ma le sue accuse non hanno più valore legale davanti a Dio; tuttavia, la nostra memoria ferita può faticare a vivere nella libertà della grazia (Owen, Lloyd‑Jones, Bridges).
  • La mancanza di serenità pienamente stabilizzata non è necessariamente segno di non salvezza, ma spesso espressione del “non ancora” e della lotta interiore in cui la grazia continua a lavorare.

 

8. Manifestazioni della presenza di Cristo: anticipi di gloria nel cammino terreno

La Scrittura mostra che, in alcuni momenti decisivi, il Signore si è manifestato ai Suoi con una intensità particolare, non per sottrarli alla sofferenza, ma per sostenerli dentro di essa. La trasfigurazione sul monte, la caduta di Paolo sulla via di Damasco, le visioni di Stefano e di Giovanni nell’Apocalisse sono esempi di come Dio possa avvicinarsi al credente con una presenza che travolge, consola e trasforma.

Anche nella storia della Chiesa, uomini e donne hanno testimoniato esperienze in cui Cristo si è fatto vicino in modo potente: non come evasione dal mondo, ma come rafforzamento interiore, come se il Signore dicesse: “Io sono qui. Alzati. Cammina con Me”. In questi momenti, la persona non viene sottratta alla sua fragilità, ma la fragilità viene illuminata dall’interno, abitata dalla presenza del Signore.

Quando Cristo “pone la mano sulla spalla” — immagine che richiama molte teofanie bibliche — è come se confermasse la Sua adozione: “Tu sei mio figlio”. Quando la Sua presenza tocca il cuore in profondità, come una ferita che diventa guarigione, è un anticipo della risurrezione, un segno che dice: “Sarai con Me. Io ritornerò”.

Così anche il gesto dell’ultima cena assume un significato che va oltre il simbolo: quando Gesù spezza il pane e dice “questo è il mio corpo”, Egli dona veramente una parte di Se stesso alla nostra intera persona come nutrimento di vita nuova. E quando parla del Suo sangue, annuncia la risurrezione che ci attende, la liberazione definitiva dal peccato che sarà pienamente manifestata alla croce e compiuta nel giorno del Suo ritorno.

Viviamo dunque in un tempo intermedio, difficile ma carico di senso: un piede nella fragilità presente, un piede nella gloria futura. Le manifestazioni della presenza di Cristo non eliminano questa tensione, ma la rendono sopportabile, perché ci ricordano che il Signore cammina con noi e che presto verrà.

 

Radici teologiche di questo inserto

1. Lutero: la presenza di Cristo nella sofferenza

Lutero insiste che Cristo non si manifesta per togliere la croce, ma per stare dentro la croce con il credente. La sua teologia della croce (theologia crucis) afferma che Dio si rivela proprio dove l’uomo non si aspetta: nella debolezza, nella prova, nella notte dell’anima.

2. Calvino: Cristo come “medico delle anime”

Calvino parla spesso della “presenza segreta dello Spirito Santo” che sostiene il credente nelle prove. Per lui, le consolazioni straordinarie non sono illusioni, ma anticipi della gloria futura, dati per rafforzare la fede.

3. Jonathan Edwards: gli “affetti religiosi” autentici

Edwards distingue tra emozioni superficiali e manifestazioni autentiche della presenza di Dio, che producono:

  • umiltà,
  • amore per Cristo,
  • desiderio di santità,
  • forza nelle prove.

4. John Owen: Cristo che “abita” il cuore

Owen parla della “comunione con Cristo” come di una realtà esperienziale profonda: Cristo può “visitare” l’anima con consolazioni straordinarie, non per sottrarci alla battaglia, ma per equipaggiarci.

5. J. I. Packer: l’adozione come esperienza vissuta

Packer sottolinea che lo Spirito Santo può dare al credente momenti di “certezza filiale” particolarmente intensi, in cui il cuore percepisce la realtà dell’adozione.

6. Martyn Lloyd‑Jones: le “visitazioni” dello Spirito

Lloyd‑Jones parla di momenti in cui lo Spirito Santo “scende” sul credente con una potenza particolare, non come fenomeno estatico fine a sé stesso, ma come conferma della presenza di Cristo.

7. John Stott: la croce come chiave di ogni consolazione

Stott ricorda che ogni consolazione autentica viene dalla croce: Cristo non ci porta fuori dalla sofferenza, ma ci porta Sé stesso dentro la sofferenza.

 

 

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