Io, Io Sono Colui che vi Consola (Isaia 51:12): il Rimanente Cristiano nel Tempo che Precede il Rapimento - Studio Riflessione - n. 283

 di Renzo Ronca  12-1-26

 

Accenno allo studio Questo piccolo studio esplora il cammino del rimanente cristiano in un tempo di profonde trasformazioni. La prima parte mette in luce la condizione del rimanente provato: il crollo delle istituzioni religiose, la perdita delle sicurezze, la solitudine spirituale e la crescente pressione delle forze maligne. La seconda parte mostra invece come il rimanente sia custodito: il vento dello Spirito Santo che sostiene, la consolazione annunciata da Isaia, la fedeltà di Dio che non spegne il lumicino debole e guida i suoi fino al compimento. Il filo rosso è la fedeltà del Signore nell’ultima stagione della Chiesa, in una prospettiva pretribolazionista sobria, pastorale e teologicamente chiara, lontana da sensazionalismi e da attese apocalittiche improprie.

 

1. Introduzione: un tempo di ristrutturazione divina

Negli ultimi decenni si osserva un movimento silenzioso ma deciso, che non nasce da iniziative umane né da riforme ecclesiastiche, bensì da un’opera del Signore stesso. La Scrittura afferma che il giudizio comincia dalla casa di Dio (1 Pietro 4:17), e questo principio sembra descrivere con precisione ciò che sta accadendo: il Signore sta rivelando la fragilità delle strutture cristiane che, pur nate con intenzioni sincere, hanno progressivamente smarrito il centro del Vangelo.

La parola “giustificati” in Romani 5 deriva dal greco δικαιόω (dikaióō), “dichiarare giusto”, e indica l’atto sovrano con cui Dio accoglie chi crede in Cristo. È su questa base che il Signore opera la sua ristrutturazione: non sulle istituzioni, ma sulle persone giustificate.

Molti studiosi evangelici – tra cui John Stott, che insisteva sulla centralità della croce come criterio di discernimento ecclesiale – hanno osservato che quando la Chiesa perde il suo centro cristologico, inevitabilmente si frantuma. Le divisioni, le rivalità, le identità costruite più su tradizioni che sulla Parola hanno prodotto un cristianesimo spesso incapace di parlare del progetto di Dio rivelato nelle profezie.

Il Signore, dunque, non sta distruggendo: sta svelando. Sta togliendo appoggi secondari affinché rimanga solo ciò che è essenziale.

 

2. La perdita delle sicurezze istituzionali: un bene doloroso

2.1. Le istituzioni non sono più un rifugio

Per molti credenti, la comunità locale era diventata un luogo di abitudine: un “salotto spirituale” dove si seguivano lodi e predicazioni senza essere realmente scossi. La crisi delle denominazioni non è un incidente storico, ma un richiamo alla realtà: nessuna struttura può sostituire la relazione viva con Dio.

Il termine “chiesa” deriva dal greco ἐκκλησία (ekklēsía), “assemblea convocata”. Non indica un sistema, ma un popolo chiamato fuori. Quando l’assemblea si trasforma in istituzione autoreferenziale, il Signore permette che le sue certezze crollino, affinché il credente torni alla chiamata originaria.

 

2.2. Il crollo delle sicurezze del mondo

Parallelamente, anche le certezze culturali, politiche, artistiche e sociali stanno cedendo. L’uomo moderno, che si credeva autonomo, si scopre improvvisamente fragile. Questa fragilità, pur generando ansia, è spiritualmente preziosa: rivela ciò che abita nel cuore.

Il profeta Isaia descrive un popolo che, pur avendo occhi, non vede; pur avendo orecchi, non ascolta. Il Signore domanda: “Quando sono venuto, perché non c’era nessuno?” (Isaia 50:2). L’assenza non è fisica, ma interiore: il cuore non riconosce più il suo Creatore.

 

3. La fede provata e raffinata nell’incertezza

3.1. Il lumicino che non si spegne

La Scrittura afferma che il Signore non spezza la canna rotta e non spegne il lumicino fumante (Isaia 42:3). L’immagine ebraica פִּשְׁתָּה כֵהָה (pishtah kehah) indica uno stoppino che ancora fuma ma non dà più luce. È la condizione di molti credenti oggi: una fede debole, ma reale.

Il Signore non disprezza questa debolezza; la usa per raffinare la fede, come afferma Pietro: “affinché la vostra fede… risulti a lode, gloria e onore” (1 Pietro 1:7).

 

3.2. Il vento dello Spirito Santo e il silenzio che prova

Molti credenti sperimentano momenti in cui il vento dello Spirito Santo soffia con forza, portando chiarezza, coraggio e consolazione. Ma quando il vento sembra cessare, subentra lo smarrimento. Questa alternanza non è un fallimento spirituale: è una pedagogia divina.

Il termine “Spirito” in ebraico è רוּחַ (ruach), “vento, soffio”. Il vento non è sempre percepibile, ma la sua origine non cambia. Così il credente è chiamato a fidarsi del carattere di Dio anche quando non percepisce la sua presenza.

 

4. Le prove interiori del rimanente cristiano: realismo spirituale

4.1. La solitudine spirituale

Molti credenti vivono una solitudine nuova: non trovano più sostegno nelle comunità, non si riconoscono nelle predicazioni generiche, non si sentono compresi. Questa solitudine non è un abbandono del Signore, ma una chiamata personale.

Il Signore parla “cuore per cuore”, come affermava A. W. Tozer, che vedeva nella solitudine spirituale il luogo dove Dio forma i suoi strumenti.

4.2. La lotta contro la paura

Il crollo del mondo produce paura. Ma la paura è anche un rivelatore: mostra se la nostra fiducia è radicata in Dio o nelle circostanze. Isaia 51:12 afferma: “Io, io sono colui che ti consola”. Il verbo ebraico נָחַם (nacham) significa “provare compassione, dare respiro”. Il Signore non rimprovera la paura: la attraversa con noi.

4.3. La pressione delle forze maligne

La Scrittura non nasconde che dietro i conflitti umani agiscono potenze spirituali. Paolo parla di “principati” e “potestà” (Efesini 6:12). Il termine greco κοσμοκράτορες (kosmokratores) indica “dominatori del mondo”, entità spirituali che influenzano la storia.

Molti interpreti evangelici – tra cui Warren Wiersbe, noto per la sua lettura pastorale dell’Apocalisse – hanno sottolineato che l’intensificarsi del male è un segno della vicinanza degli eventi finali.

 

5. L’avvicinarsi del rapimento e la manifestazione dell’anticristo

5.1. Tipi di anticristo e il futuro anticristo

La Scrittura parla di “molti anticristi” (1 Giovanni 2:18), figure che anticipano il futuro leader mondiale. Oggi emergono personalità che incarnano tratti di inganno, manipolazione e potere spirituale distorto. Sono “tipi”, non ancora il compimento.

Il futuro anticristo, secondo 2 Tessalonicesi 2, si manifesterà quando “colui che trattiene” sarà tolto di mezzo. Molti interpreti pretribolazionisti – come John Walvoord, uno dei più autorevoli studiosi della profezia biblica – identificano questo “trattenere” con l’opera dello Spirito Santo nella Chiesa finché essa rimane sulla Terra. Da qui la convinzione che il rapimento preceda la grande tribolazione; infatti lo Spirito Santo non avrà più motivo preservare la Chiesa se sarà rapita; così i giudizi potranno “essere sciolti”. Un poco come gli angeli in visita a Lot in Sodoma: dovevano aspettare che egli con la sua famiglia si mettese prima in salvo.

5.2. Il conflitto finale e l’intervento del Signore

L’anticristo crederà di avere il controllo mondiale, ma la Scrittura annuncia che altre potenze (Gog e Magog) si muoveranno contro di lui. Prima che l’umanità sia distrutta, il Signore interverrà con il suo esercito celeste (Apocalisse 19).

 

6. Come il rimanente cristiano può resistere

6.1. Ritornare al Vangelo unico

Paolo ammonisce: “se anche un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso… sia anatema” (Galati 1:8). Il termine greco εὐαγγέλιον (euangélion) significa “buona notizia”, non “sistema dottrinale”. Le dottrine sono molte; il Vangelo è uno. 

6.2. Coltivare una fede personale non delegata

Il Signore sta sospingendo i credenti a non delegare più la loro vita spirituale e la loro consacrazione e la loro obbedienza alle istituzioni. È un ritorno alla responsabilità personale, come insegnava Martyn Lloyd-Jones, che vedeva nella predicazione non un rito, ma un richiamo alla decisione personale.

6.3. Accettare la prova come purificazione

La prova non è un incidente, ma un mezzo. Il termine greco δοκίμιον (dokímion) in Giacomo 1:3 indica “test di autenticità”. Il rimanente non è chiamato a vincere con le proprie forze, ma a vedere il Signore vincere in lui.

 

7. Conclusione: il Dio che consola

Il Signore domanda: “12 «Io, io sono colui che vi consola; chi sei tu che temi l'uomo che deve morire, il figlio dell'uomo che passerà come l'erba? 13 Hai dimenticato il SIGNORE che ti ha fatto, che ha disteso i cieli e fondato la terra?” (Isaia 51:12-13). È come se dicesse: “Hai dimenticato chi sono?”. Il credente è chiamato a ricordare che il Dio che ha creato l’universo è lo stesso che consola il suo popolo e lo libererà dalla morte.

Il rimanente cristiano non è forte: è custodito. Non è eroico: è sostenuto. Non è numeroso: è conosciuto uno per uno.

Il rapimento non sarà un premio per i migliori, ma il compimento della grazia per tutti coloro che hanno creduto.




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