La Patria Migliore: Esortazione a Non Avvilirsi nel Tempo della Prova - Parte 5 - n. 289
di Renzo Ronca - 16-1-26 Prosegue da https://ritornocristiano.blogspot.com/2026/01/cristo-sommo-sacerdote-e-unico-capo.html
Introduzione
Nel precedente studio abbiamo
contemplato Cristo come la Vetta: Dio rivelato, la Vita eterna, il punto in cui
la via del credente si apre al cielo. Ora, da quella stessa Vetta, lo sguardo
si allarga.
Se Cristo è il Sommo Sacerdote eterno,
se in Lui si compie la rivelazione del Padre, se in Lui la vita eterna è già
presente, allora tutta la storia della salvezza — dall’Eden alla nuova
creazione — si dispone come una spirale ascendente:
- che parte da Dio,
- si riavvolge in Cristo,
- e si apre nella Gerusalemme celeste.
Lo scritto seguente nasce da questa
continuità: non è un capitolo separato, ma il movimento successivo della stessa
rivelazione. Dalla Vetta contemplata nel n. 287–288, ora seguiamo la via che da
Cristo scende verso il popolo, lo consacra, lo trasforma, lo conduce alla
patria migliore che Dio ha preparato per il suo rimanente fedele.
Non Avvilirti: la Patria Migliore è
Vicina
Ebrei 11,16 parla di uomini e donne che
desideravano una patria migliore, e per questo Dio “non si vergogna di essere
chiamato il loro Dio”. Questa è l’esortazione: ricordare la patria migliore.
Ma come si esorta un popolo che vive una
tensione così profonda?
1. Esortiamo riconoscendo la nostra
condizione
La nostra condizione umana, in questi
giorni finali, è una condizione dilaniata.
- Lo spirito,
già attirato verso l’alto, sente la vicinanza del Signore risorto. È come
se fosse già “semi‑rapito”, già partecipe della casa del Padre, già
desideroso di rimanere accanto a Cristo, puro, limpido, consacrato come
Aronne nel giorno dell’espiazione.
- Il corpo,
invece, rimane immerso in un mondo che si disfa, in una storia che sembra
consegnata a potenze che inseguono fantasie di dominio. Ciò che un tempo
era solo fumetto, oggi è cronaca.
Questa tensione non è segno di
debolezza, ma di appartenenza. Come osservava J. I. Packer, la tensione
interiore del credente è il segno che lo Spirito lo sta già orientando verso la
casa del Padre.
Il rimanente soffre perché non
appartiene più a questo mondo.
2. Esortiamo ricordando che Dio
conosce il peso del nostro tempo
Il Signore non ignora la fatica del
corpo, la stanchezza dell’anima, l’inquietudine del cuore. Il suo “momento con
noi” non è mai fuori tempo: coincide sempre con il nostro momento con Lui.
Il rimanente non è chiamato a fingere
forza, ma a rimanere desto. Come le vergini prudenti, sente già la
musica lontana del corteo nuziale, e questo gli dà forza per attraversare la
notte.
John Stott ricordava che la speranza
cristiana non è evasione, ma energia morale.
3. Esortiamo ricordando che la nostra
tensione è un segno di trasformazione
Il rimanente vive una doppia
appartenenza:
- in cielo, perché la sua vita è nascosta con
Cristo;
- sulla terra, perché Dio vuole ancora salvare
altri attraverso la sua testimonianza.
Questa doppia appartenenza è dolorosa,
ma è anche bellissima. È il segno che la trasformazione è vicina. È il segno
che lo Spirito sta già preparando l’incontro.
Dietrich Bonhoeffer descriveva questa
condizione come “vivere davanti a Dio e con Dio, ma nel mondo e per il mondo”.
4. Esortiamo indicando la vetta:
l’unità perfetta nell’eternità
Il culmine non è un miglioramento
morale, né un progresso umano. Il culmine è l’unione perfetta con Dio,
quando “Dio sarà tutto in tutti”.
Non è fusione, non è annullamento: è comunione
piena.
È la vetta della spirale, il punto in
cui:
- il Sommo Sacerdote,
- il Re,
- il Capo,
- il popolo sacerdotale,
- la creazione rinnovata
si incontrano in un Uno perfetto.
Christopher Wright osserva che la meta
della storia biblica non è l’elevazione dell’uomo, ma la piena manifestazione
della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.
Questa è la patria migliore che i padri
della fede desideravano. Questa è la città preparata da Dio. Questa è la
Gerusalemme celeste che scende dall’alto.
Esortazione finale al rimanente
cristiano
C’è un filo d’oro che attraversa tutta
la Scrittura, e non è semplicemente una parola: è l’atto dell’esortazione di
Dio. Non il termine in sé, ma ciò che esso esprime: un movimento che scende
da Dio e raggiunge l’uomo, come un versamento, quasi liquido, quasi come un
vento che soffia gagliardo, gonfia le vele e porta con sé il sapore della sua
origine — il sapore di Dio.
Dio, in tutta la Bibbia, è così: ci
permea, ci avvolge, ci sospinge, ci solleva. Opera in tutte le componenti della
nostra persona, lungo tutto il percorso dell’umanità dal dopo‑Eden fino
all’unità con Lui. È un vento che da Dio ci riporta a Dio, da eternità in
eternità.
Questo atto divino — questa esortazione
che non è suono ma impulso, non è comando ma soffio — è irresistibile per chi
ha già gustato la Parola viva nel proprio cuore. Prima ci raggiunge, ci
riempie, ci rialza. Poi diventa mandato: “Ora esorta tu gli altri, quelli a
cui ti mando.”
Esorta. Non è un comando duro, né un
rimprovero. È un invito a rialzare lo sguardo, a ricordare ciò che è vero
mentre tutto intorno vacilla.
Nota sul significato biblico di
“esortare”
Nel Nuovo Testamento, il verbo più usato
per “esortare” è παρακαλέω (parakaléō). È un termine ricchissimo, che
significa:
- chiamare accanto,
- incoraggiare,
- consolare,
- sospingere,
- rafforzare,
- richiamare alla verità.
È la stessa radice di Paráklētos,
il nome dello Spirito Santo in Giovanni 14–16: Colui che viene accanto, che
sostiene, che guida, che soffia dentro la direzione giusta.
Nel mondo ebraico, l’idea è espressa da
radici come:
- ḥazaq:
fortificare, rendere forte il cuore;
- nāḥam:
consolare, rialzare.
Non è mai un comando freddo: è un atto
relazionale, un movimento che parte da Dio e raggiunge l’uomo.
Per questo l’esortazione biblica è un
vento che:
- chiama,
- sostiene,
- orienta,
- solleva,
- rimette in cammino.
D. A. Carson sottolinea che il ministero
dello Spirito come Parákletos è sempre unire, non dividere; sollevare, non
schiacciare; condurre, non costringere.
Quando questo soffio raggiunge il
credente, diventa anche mandato: prima ti raggiunge, poi ti invia.
.
Conclusione generale dei nn.
287–288–289
I tre studi che abbiamo percorso — la
Vetta (n. 287), la struttura della mediazione divina (n. 288) e l’esortazione
alla patria migliore (n. 289) — formano un unico movimento, come tre passi di
una stessa salita.
Nel n. 287, lo sguardo si è
fissato su Cristo, la Vetta: il Sommo Sacerdote eterno, il Figlio rivelatore
del Padre, la Vita eterna resa visibile. Lì abbiamo contemplato il punto più
alto, il centro da cui tutto parte e a cui tutto ritorna.
Nel n. 288, abbiamo seguito la pedagogia
di Dio nella storia: il santuario, il Sommo Sacerdote, la regalità rifiutata e
ristabilita, la mediazione trinitaria, la complessità dell’uomo e la sua
convergenza finale nell’Uno. È stato il momento dell’approfondimento, della
struttura, della visione ampia. Come ricordano studiosi come Beale, Morris e
Wright, la Scrittura non è un insieme di frammenti, ma un disegno coerente che
conduce a Cristo e si compie in Lui.
Nel n. 289, infine, la stessa
verità è diventata parola viva: non più schema, ma soffio; non più struttura,
ma invito; non più analisi, ma consolazione. È stato il momento
dell’esortazione, del vento che sospinge, della voce che rialza il rimanente
nel tempo della prova.
Questi tre movimenti — contemplare,
comprendere, camminare — sono il ritmo stesso della vita cristiana.
- Contemplare Cristo come Vetta: perché senza la visione del Figlio tutto si
confonde.
- Comprendere la via di Dio nella storia: perché la fede non è cieca, ma
radicata nella rivelazione.
- Camminare
verso la patria migliore: perché la speranza non è un’idea, ma una
direzione.
E così, ciò che abbiamo visto nella
Vetta, ciò che abbiamo compreso nella struttura, ciò che abbiamo ricevuto
nell’esortazione, converge in un’unica certezza:
Dio sta conducendo il suo popolo
verso la patria migliore. La
spirale sale. La Vetta attende. E il rimanente non cammina da
solo.
Come ricordava J. I. Packer, “la
speranza cristiana è una potenza che sostiene il cuore”. E come scriveva
Bonhoeffer, il credente vive “davanti a Dio e con Dio, ma nel mondo e per il
mondo”.
Per questo, dopo aver contemplato,
compreso ed essere stati esortati, possiamo dire con fiducia:
Non avvilirti. La patria migliore è vicina. Il vento di
Dio ti sospinge verso Dio.
Commenti
Posta un commento