Quando il Vento Tace: la Bonaccia Spirituale nella Vita del Credente - Studio Ragionato - n. 293
di Renzo Ronca 19-1-26
1. La bonaccia del mare e la bonaccia
dell’anima
L’immagine del veliero in bonaccia è
molto precisa per descrivere certi periodi della vita cristiana. Finché soffia il
vento, la nave procede: manovre, scelte, correzioni di rotta hanno senso perché
c’è una forza che spinge. Così, quando il vento dello Spirito soffia, la vita
del credente è “portata” da una spinta che non viene da lui: la Parola si apre,
la preghiera è viva, il servizio è naturale.
Poi, a volte, il vento cade. Il veliero
è troppo grande per essere mosso a remi: l’equipaggio non può fare altro che aspettare.
A volte per giorni, a volte per settimane. Non è incapacità del marinaio, è limite
strutturale del mezzo. E questo è già un punto teologico: ci sono momenti
in cui l’anima non può “auto-spingersi”, perché la vita cristiana è, nella
sua essenza, risposta a un’azione di Dio, non auto-progetto.
Il vento soffia dove vuole e tu ne odi
il rumore, ma non sai da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo
Spirito. (Giovanni 3:8)
Il vento è libero. E quando sembra non
soffiare, il credente sperimenta la bonaccia.
2. Il vento dello Spirito e il
silenzio di Dio
La Scrittura conosce bene sia il soffio
potente dello Spirito, sia il suo apparente silenzio.
- Il vento che irrompe: a Pentecoste, lo Spirito viene descritto come “un
suono come di vento impetuoso” che riempie la casa (Atti 2:2). È il
momento in cui tutto riparte, la Chiesa nasce, la missione esplode.
- Il silenzio e l’abbandono: sul Golgota, Gesù entra nella bonaccia più
terribile:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
(Matteo 27:46; Salmo 22:1)
Lui, che viveva in comunione perfetta
con il Padre, attraversa un momento in cui non sente la presenza del
Padre. Non è solo un dolore psicologico: è il portare su di sé il peccato del
mondo, con tutto il suo peso di distanza da Dio. E tuttavia, proprio lì, nel
punto massimo del silenzio, Gesù compie l’atto supremo di fiducia:
«Padre, nelle tue mani rimetto lo
spirito mio». (Luca 23:46)
Non sente, ma si affida. Non percepisce,
ma consegna. È la forma più pura di fede: rimettere lo spirito al Padre
anche quando il Padre non si fa sentire.
3. Il passaggio critico: tra la
presenza visibile di Gesù e il dono dello Spirito
C’è un altro “tempo di bonaccia” nella
Scrittura: il passaggio tra la presenza fisica di Gesù e la venuta dello
Spirito Santo.
3.1. Il tempo della cura totale
All’inizio del discepolato, Gesù li
manda senza provviste:
«Quando vi ho mandati senza borsa, né
sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?» Essi risposero: «Nulla». (Luca
22:35)
È il tempo in cui il Maestro provvede
a tutto: non devono preoccuparsi di borsa, sacca, tunica. È una fase
pedagogica: imparano che Dio è fedele, che possono contare su di Lui.
3.2. Il tempo del cambiamento: borsa
e spada
Poi Gesù annuncia un cambiamento:
«Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e
così chi ha una sacca; e chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una.» (Luca
22:36)
Molti commentatori sottolineano che qui
Gesù non sta incitando alla violenza, ma sta annunciando un tempo diverso,
più duro, in cui i discepoli non saranno più circondati dall’accoglienza
iniziale, ma da opposizione e ostilità. La “spada” è spesso letta in senso
simbolico, come immagine della necessità di essere pronti ad affrontare prove e
pericoli, non come invito a combattere fisicamente.
In ogni caso, il punto è chiaro: non
sarà più come prima. C’è un tratto di strada in cui la presenza sensibile
del Signore si ritira, e lo Spirito non è ancora stato dato in pienezza. È un
“tra”: tra la croce e la risurrezione, tra l’ascensione e la Pentecoste.
In quel tratto, Gesù non chiede ai
discepoli di “fare grandi cose”, ma di restare:
«…di non allontanarsi da Gerusalemme, ma
di attendere l’adempimento della promessa del Padre…» (Atti 1:4)
Come il veliero in bonaccia: non può
inventarsi un vento che non c’è. Può solo restare in posizione, non fuggire,
non disperdersi, attendere.
4. Quando il vento cade: cosa NON ci
chiede il Signore
Qui il tuo ragionamento tocca un punto
pastorale molto delicato: nei tempi di bonaccia spirituale, il Signore non
ci carica di nuovi pesi.
Non dice:
- “Devi sentire come prima.”
- “Devi produrre gli stessi frutti di quando il
vento era forte.”
- “Devi forzarti a fare tutto come se nulla fosse.”
Come il veliero non può pretendere di
avanzare come con vento in poppa, così il credente non può pretendere da sé
stesso lo stesso “rendimento” spirituale quando il vento sembra caduto.
La Scrittura mostra che Dio conosce
questi tempi e li rispetta. Non li nega, non li colpevolizza, li
attraversa con noi.
5. Cosa ci chiede allora: “tenere
fermamente ciò che abbiamo”
Qui Apocalisse 2 parla con una
precisione sorprendente:
«…non vi impongo altro peso; soltanto,
quello che avete tenetelo fermamente finché io venga.» (Apocalisse
2:24b-25a)
È esattamente la logica della bonaccia:
- Non vi impongo altro peso: non vi chiedo di aggiungere, di moltiplicare, di
espandere.
- Quello che avete, tenetelo fermamente: custodite ciò che già vi ho dato; non
lasciatevelo strappare.
In tempi di vento forte, il credente è
chiamato a correre (Ebrei 12:1), a “abbondare sempre nell’opera del
Signore” (1 Corinzi 15:58). In tempi di bonaccia, la chiamata si concentra su
altro: resistere, custodire, non perdere ciò che è stato ricevuto.
Questo si ritrova anche in altri testi:
- “Chi cammina nelle tenebre e non ha luce, confidi
nel nome del SIGNORE e si appoggi al suo Dio.” (Isaia 50:10) Non gli viene chiesto di creare
luce, ma di confidare.
- “Rimanete in me, e io rimarrò in voi.” (Giovanni 15:4) Il rimanere è già
obbedienza, anche quando non si sente nulla.
6. La bonaccia come prova della fede,
non come fallimento
Pietro parla di “prove” che hanno lo
scopo di purificare la fede:
“…affinché la vostra fede, che viene
messa alla prova… risulti motivo di lode, gloria e onore…” (1 Pietro 1:6-7)
La bonaccia spirituale è una di queste
prove: non è il segno che la fede è morta, ma il luogo in cui si vede se la
fede vive anche senza vento, anche senza consolazioni sensibili.
In questo senso, il comportamento di
Gesù sulla croce diventa il modello supremo:
- non nega il senso di abbandono (“Perché mi hai
abbandonato?”),
- non smette però di rivolgersi al Padre,
- e alla fine rimette lo spirito nelle sue
mani.
Il credente, nella bonaccia, non è
chiamato a “sentire”, ma a rimanere rivolto a Dio, anche solo con un
filo di preghiera, anche solo con un versetto tenuto stretto, anche solo con un
“Padre, nelle tue mani…”.
Opinioni utili di studiosi
1. Sulla bonaccia spirituale e il
silenzio di Dio
Molti autori evangelici hanno
riconosciuto che Dio permette tempi di “assenza percepita” per purificare la
fede.
- A.W. Tozer
osserva che “Dio a volte si ritira per vedere se lo cercheremo per ciò
che Egli è, non per ciò che sentiamo”. Questo si accorda perfettamente
con l’idea che nella bonaccia non possiamo “produrre vento”, ma solo
rimanere rivolti a Lui.
- Oswald Chambers, nel suo classico My Utmost for His Highest, scrive: “Quando
Dio tace, è il segno che ci sta portando più in profondità. Non è assenza,
è addestramento.” Questo illumina il momento della croce: il silenzio
del Padre non è abbandono ontologico, ma il punto più alto dell’obbedienza
del Figlio.
- C.H. Spurgeon parlava spesso dei “periodi di deserto” come parte normale della
vita cristiana: “Dio non sempre ci dà luce, ma ci dà sempre una strada.
Quando la luce manca, la fede cammina.” È la stessa logica di Isaia
50:10.
2. Sul “tempo del tra” tra Gesù e lo
Spirito (Luca 22:35-38)
Diversi commentatori evangelici
sottolineano che questo passo non è un invito alla violenza, ma un annuncio di
un tempo duro, in cui la protezione visibile del Maestro non sarebbe
stata più presente.
- Leon Morris (Tyndale Commentary) nota che la “spada” è “simbolo della
difficoltà imminente, non un’arma da usare”. È un modo per dire: “Non
sarete più in un ambiente protetto; preparatevi a un tempo di prova.”
- Darrell Bock (Baker Exegetical Commentary) afferma che Gesù sta descrivendo “un
cambiamento di fase nella missione dei discepoli, un tempo in cui dovranno
affrontare ostilità senza la presenza fisica del Maestro”. Questo si
collega perfettamente alla tua lettura: un tempo di bonaccia spirituale,
in cui non si può fare altro che restare e attendere.
- John Stott,
parlando di questo passo, dice che Gesù “non li arma per combattere, ma
li prepara a sopravvivere”. È la stessa logica del veliero: non si
avanza, si resiste.
3. Sull’attesa come obbedienza (Atti
1:4; Apocalisse 2:24-25)
La teologia evangelica dell’attesa è
molto ricca.
- Dietrich Bonhoeffer, pur non essendo evangelico nel senso moderno, è
molto amato negli ambienti evangelici. Egli scrive: “Dio non viene
quando noi lo vogliamo, ma quando è il tempo giusto. L’attesa è parte
dell’obbedienza.” Questo si armonizza con Atti 1:4: “Restate in
città…”.
- Eugene Peterson, nel suo libro A Long Obedience in the Same Direction,
afferma che la fede matura “non è fatta di accelerazioni, ma di
perseveranza nei tempi in cui nulla sembra muoversi”. È esattamente
ciò che dice Apocalisse 2:24-25: “Non vi impongo altro peso… tenete ciò
che avete.”
- J.I. Packer sottolinea che “la santificazione non è un progresso costante,
ma un cammino fatto di avanzamenti e soste. Le soste non sono fallimenti,
ma parte del ritmo di Dio.” Questo è un appoggio perfetto alla tua
immagine della bonaccia.
4. Sulla fede che rimette lo spirito
al Padre (Luca 23:46)
- N.T. Wright osserva che la frase di Gesù sulla croce è “l’atto supremo di
fiducia in mezzo al massimo silenzio”. Non è un grido disperato, ma un
affidamento totale.
- Tim Keller,
commentando il Salmo 22, dice: “Gesù ha sperimentato il silenzio di Dio
affinché noi, nei nostri silenzi, non fossimo mai soli.”
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