Una Voce per l’Anima 7 – GIOVANNI BATTISTA: LA SCURE ALLA RADICE - n. 312
di Renzo Ronca 6-2-26 (Versione audio in Youtube https://www.youtube.com/watch?v=K6ExzW-5kbU )
Quando Giovanni Battista in Matteo 3, appare sulla
scena, non si rivolge ai pagani, ma al popolo religioso d’Israele. Le sue
parole non sono dirette a chi è lontano, bensì a chi si considera già “dentro”,
già giusto, già a posto. È questo che rende il suo messaggio così sorprendente
e così scomodo.
Molti tra gli ascoltatori erano convinti
che la loro identità fosse sufficiente: discendenti di Abramo, custodi della
Legge, frequentatori del tempio. Ma Giovanni smonta questa sicurezza con una
frase che taglia ogni pretesa:
“Non pensate di poter dire: ‘Abbiamo
Abramo per padre’.” (Matteo 3:9,
NR2024)
In altre parole, come abbiamo già visto:
non basta appartenere, bisogna convertirsi.
La scure alla radice
Per rendere ancora più chiaro il punto,
Giovanni usa due immagini forti. La prima è quella della scure:
“La scure è già posta alla radice
degli alberi.” (Matteo 3:10,
NR2024)
La scure, questa ascia, non colpisce i
rami alti, ma la radice. Ed è significativo confrontare questa immagine con
quella che troviamo nel libro del profeta Daniele, dove Nabucodonosor sogna un
albero e riceve quest’ordine:
“Tagliate l’albero e troncate i suoi
rami, scuotete le sue foglie e disperdetene i frutti…” (Daniele 4:14, NR2024)
Lì si tagliano i rami, ma si lascia
il ceppo nella terra (Daniele 4:15). In Giovanni Battista, invece, non c’è
alcun compromesso: la scure è posta alla radice. Con questa immagine simbolica
non si salva il tronco, non si lascia un appoggio, non resta nulla da cui
ripartire.
La radice che viene colpita non è la
Parola di Dio dell’AT, ma l’atteggiamento e l’uso che se ne fa; è la presunzione
religiosa: l’idea che la salvezza
sia garantita dall’identità, dalla tradizione, dalla storia o dalla razza.
Giovanni, con la sua voce essenziale e profetica, dichiara che Dio non si
lascia ingannare dalle apparenze.
Il ventilabro nella mano
La seconda immagine è quella del
ventilabro, che Matteo riporta così:
“Egli ha il suo ventilabro in mano,
pulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio; ma
brucerà la pula con un fuoco inestinguibile.” (Matteo 3:12, NR2024)
-NOTA La parola “ventilabro” – che in italiano
ha più di un significato traduce il termine greco πτύον (ptyon), che indica con
esattezza uno strumento agricolo per lanciare in aria il grano trebbiato,
in modo che il vento separi il grano pesante dalla pula leggera. È quindi, di
fatto, una sorta di forcone a più denti, o una grande pala traforata. Questa
è l’immagine corretta per Matteo 3:12.
Così Giovanni annuncia che il giudizio
di Dio non si basa sull’appartenenza esteriore, ma sulla verità del cuore. La
fede autentica ha peso; la religiosità presunta è solo pula.
E oggi, per i credenti in Cristo, il
vento dello Spirito Santo continua a compiere questa separazione interiore:
allontana ciò che non appartiene al Signore e fa emergere ciò che è vero, ciò
che è vivo, ciò che è di Dio.
La libertà dei figli
Abbiamo ricevuto una libertà preziosa, e
l’apostolo Paolo ci avverte di non tornare alla schiavitù. Scrive:
“Così tu non sei più schiavo, ma
figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.” (Galati 4:7, NR2024)
E ancora:
“Ma ora che avete conosciuto Dio…
come mai vi rivolgete di nuovo a quei deboli e poveri elementi, ai quali volete
di nuovo servire?” (Galati 4:9,
NR2024)
La libertà dei figli non è un’emozione,
ma una responsabilità: vivere secondo lo Spirito, non secondo le vecchie
sicurezze religiose.
Commenti
Posta un commento