Voce per l’Anima 10 – LA PREGHIERA COME RESPIRO - n. 318

 di Renzo Ronca  (Ascoltabile in Youtube https://www.youtube.com/watch?v=mer1WrcQWyo )


A volte ci accorgiamo che la preghiera non è soltanto qualcosa che facciamo: è qualcosa che siamo. Non è un momento isolato, ma un respiro che attraversa tutta la giornata. Noi riteniamo che questa immagine sia preziosa, perché ci ricorda che la preghiera non nasce dalla forza, ma – come abbiamo visto - dalla continuità; non dalla quantità di parole, ma dall’orientamento del cuore.

In questo cammino, molti credenti prima di noi hanno scoperto una via semplice e profonda: la preghiera del cuore, conosciuta nella tradizione orientale e raccontata anche nel celebre pellegrino russo. La sua forma più completa riprende le parole del cieco Bartimeo: “Signore Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me” (Mc 10:47; Lc 18:38); nella versione breve si usa dire anche:  “Signore, pietà di me”.

Questa preghiera veniva ripetuta con il ritmo del respiro e del battito del cuore. Capiamo che non doveva essere per magia o per tecnica, ma per amore. Era un modo per bussare alla porta di Dio con insistenza buona, come chi desidera ardentemente toccare la mano dell’Amato.

Dai dati raccolti nella tradizione spirituale, approfondendo le riflessioni, sembra che questa ripetizione portasse soprattutto benefici alla nostra anima, risvegliandola, riportandola continuamente verso Colui che è la sua unica risorsa, la sua unica pace, la sua unica luce.

Noi pensiamo che il valore non stia nella formula, ma nel versamento del cuore.

La frase è solo un contenitore: ciò che conta è ciò che vi mettiamo dentro. È l’amore che scorre, la volontà che si tende, il desiderio che si apre. È la passione dell’anima che si riversa verso Dio come un fiume che cerca il mare.

Per questo la preghiera del cuore veniva chiamata anche preghiera del respiro. Ogni inspirazione diventava un “Signore…”, ogni espirazione un “…pietà di me”. E così, lentamente, la preghiera non era più un’attività, ma un ritmo. Non un compito, ma una presenza. Non un dovere, ma una relazione che accompagna ogni nostro passo.

E allora comprendiamo meglio che  la preghiera non è un momento, ma un respiro.

Quando il cuore-mente si abitua a rivolgersi a Dio con semplicità, con spontaneità, con amore, la vita intera diventa un dialogo silenzioso. Non servono tecniche complicate, né parole perfette. Serve solo un cuore che si apre, un’anima che cerca, una volontà che si affida.

Uno potrebbe chiedersi: ma in quella preghiera martellante con parole identiche, non c’è solo tutta questa armonia, ma c’è una vera e propria insistenza. A volte sembra una specie di  prepotenza, tanto è vero che alcuni sgridarono il cieco Bartimeo per il suo fastidio quando a tutti i costi gridava a Gesù. Allora come dobbiamo intenderla è bene o male pregare con tanta veemenza? Beh,  Gesù si fermò e lo esaudì, dunque non possiamo dire sia sbagliato. Forse non era molto consueto. Personalmente credo che occorra pensare allo “stato di necessità del cuore”: in certi momenti, giusto o sbagliato che sia, ci si sente perduti se non interviene subito il Signore e temiamo per noi; ci sembra di morire. Penso a chi soffre di momenti di panico, oppure in casi di pericolo reale, oppure in incubi notturni… ci sono molte situazioni in cui è come se la disperazione sembra soffocarci… e allora chi chiamiamo se non il Signore? Come il bambino di notte che non vede più la mamma e la chiama…  in quella solitudine terribile il suo pianto è davvero disperato, poi lei si avvicina e il suo piccolo cuore si calma in un abbraccio. 

E in questo respiro continuo, discreto, umile, scopriamo che Dio non è lontano. È vicino come l’aria che respiriamo. È presente come il battito che non sentiamo più, ma che ci tiene vivi.




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