Le Pieghe del Tempo – Parte 3 – Antropomorfismo in Modo Semplice - n. 107
di Renzo Ronca –
6-9-25 [Prosegue da
Ci eravamo posti queste domande:
2. Se pensiamo anche all’onnipotenza di Dio, potremmo chiederci: se il Signore conosce in anticipo la sua azione futura, Caino è davvero libero di scegliere diversamente?
Penso che come esseri umani sia venuto
istintivo a tutti rispondere secondo la nostra statura umana, cioè secondo le
nostre esperienze. Ma ci accorgiamo che in questo modo le domande non trovano
risposte e rimangono illogiche. E’ forse sbagliata la Bibbia? Sono forse
sbagliate o tradotte male le parole che sono in essa? Assolutamente no. La
Bibbia è composta di parole suggerite a degli uomini scelti che Dio Spirito
Santo ha ispirato; sono vere perché per noi credenti Dio è la Verità. Dunque non
sbaglia la Scrittura. Possiamo tenere presente che la Bibbia è l’espressione di
un padre verso i figli piccoli che non riescono ad avere la conoscenza
elevata; per questo dice “Ho ancora molte cose da dirvi, ma non sono per
ora alla vostra portata” (Giovanni 16:12).
Quindi la Bibbia parla agli uomini il linguaggio degli uomini, come un
padre parla a figli usando espressioni che i figli possono capire in base alla
loro età. Al figlio che fa l’asilo dirà le cose dell’asilo infantile al figlio che
fa l’università farà discorsi più complessi, ma comunque finché l’uomo è
terreno, la natura umana avrà sempre dei limiti; per questo l’uomo deve
ricordare che esiste in se stesso “l’intelligenza del limite”, vale a dire la
saggezza necessaria di sapersi fermare davanti alle profondità di Dio dove non
c’è ancora tanta luce.
Il problema non è solo la libertà di
Caino o di altri, ma anche l’apparente comportamento pseudo-umano che
proiettiamo su Dio, come se Lui fosse un uomo come noi. Questa proiezione si
può chiamare con un termine difficile “antropomorfismo biblico”. Vediamo
di capirlo bene:
Antropomorfismo biblico è il termine teologico e
filosofico che indica l’attribuzione di caratteristiche umane a Dio. Quando
parliamo di Dio come se avesse emozioni, pensieri o comportamenti simili ai
nostri—come “pentirsi”, “arrabbiarsi”, “camminare”, “parlare”—stiamo usando un
linguaggio antropomorfico.
L’espressione “l’apparente
comportamento pseudo-umano che proiettiamo su Dio” è una descrizione consapevole
proprio di questo fenomeno. È un modo per riconoscere che, pur usando immagini
e parole umane, non stiamo descrivendo Dio com’è, ma come possiamo
comprenderlo entro i limiti della nostra mente e del nostro linguaggio. Brevi
esempi di antropomorfismi biblici:
- “Il Signore parlò a Mosè faccia a
faccia”
(Esodo 33:11)
- “La mano del Signore” (Isaia 59:1)
- “Il Signore si pentì” (Genesi 6:6)
Questi esempi —“parlò faccia a faccia”,
“la mano del Signore”, “si pentì”— probabilmente non vanno letti
come descrizioni letterali, ma come figure espressive che ci aiutano a
cogliere aspetti del carattere divino, pur sapendo che Dio è spirito e trascende
ogni forma umana.
Tuttavia, proprio attraverso questo linguaggio umano, la Scrittura ci mostra un Dio coinvolto, relazionale, che interagisce con l’uomo nel tempo terreno. È in questo contesto che possiamo comprendere episodi come quelli del Diluvio Universale (Genesi 6–9), del Vitello d’Oro (Esodo 32), della Ribellione di Core (Numeri 16) e delle Mormorazioni nel deserto (Numeri 14). In ciascuno di questi, Dio sembra “pentirsi” o modificare la sua decisione, ma non perché sia incostante o soggetto a emozioni umane. Piuttosto, la Bibbia usa questi termini per comunicare la profondità del rapporto tra Dio e l’uomo, e per rendere accessibile la sua giustizia e misericordia. In realtà, ciò che chiamiamo “pentimento” divino è una modalità narrativa che ci permette di vedere come Dio risponde all’intercessione, alla fede, o al ravvedimento umano. È una tensione che non contraddice la sua onniscienza, ma che ci rivela il suo cuore: un Dio che ascolta, che si lascia avvicinare, che agisce nel tempo pur essendo eterno.
Vorrei spingermi in una considerazione
estrema, ma senza mancare di rispetto al Signore né scandalizzare il credente: Gesù
stesso, Dio-uomo, teoricamente avrebbe potuto non “bere tutto il calice amaro”
e cercare una via meno dolorosa, come sembrano suggerire le sue parole nel
Getsemani. In quel momento, nel tempo presente vissuto da Gesù come uomo, non
era affatto scontata la sua ubbidienza totale, nemmeno sulla croce, quando
si sentì abbandonato.
Allora, anche Dio—pur essendo
nell’eternità—vive il momento presente, scegliendo e decidendo nel
presente, al momento in cui le cose succedono. È come se, in una sorta di
sdoppiamento misterioso, vedesse -e allo stesso tempo avesse visto- se
stesso, sia nel difficile momento della decisione, sia nella gloria della
resurrezione.
L’umanità vera di
Cristo implica una libertà reale, una lotta autentica, e una scelta consapevole nel tempo. Eppure,
nella sua divinità, Dio conosce e abbraccia tutto: il dolore, la scelta,
la vittoria.
L’ubbidienza di
Cristo non fu automatica, ma vissuta. E questo rende la sua vittoria sul peccato ancora più preziosa.
(continua in https://ritornocristiano.blogspot.com/2025/09/il-tempo-di-dio-e-il-mistero-della.html )
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