Il Passaggio Decisivo Preparato da Dio – Il Giordano Come Soglia di Rinnovamento per il Credente di Oggi - Studio Parte 1 – n. 255
-di Renzo Ronca 24-1-25
Considerando la Bibbia come la lunga lettera di Dio al suo popolo, scritta in tempi e linguaggi diversi ma rivolta a credenti resi sempre più preziosi attraverso la prova, questo studio si sofferma sui primi capitoli di Giosuè per mettere a fuoco i segni di un passaggio decisivo che sta avvenendo anche oggi. Superato il confine che nel piano di Dio non è più rinviabile, il credente è chiamato a una vigilanza nuova e a una preparazione spirituale adeguata alla realtà che si apre davanti a lui.
Giosuè 1:1
Dopo la morte di Mosè, servo del
Signore, il Signore parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè.
1. Il Signore come centro della
storia
“Dopo la morte di Mosè, servo del
Signore, il Signore parlò[1] a
Giosuè…”. Il testo apre con una dichiarazione essenziale: il soggetto è il
Signore, non Mosè e non Giosuè. La storia non è affidata al caso, né
dipende dalla grandezza dei suoi servitori. È Dio che conduce, parla, apre e
chiude le stagioni del suo popolo.
Come osserva Matthew Henry, la morte
dei servitori di Dio non interrompe l’opera di Dio: Egli continua a guidare
il suo popolo attraverso nuovi strumenti, ma con la stessa fedeltà.
2. Il passato: giusto, necessario, ma
non più vivo
L’espressione “dopo la morte di Mosè”
indica un passato compiuto. Un passato giusto, perché voluto da Dio; necessario,
perché fondamento della fede; ma anche non più vivo, nel senso che non
può essere riproposto come modello immutabile.
Il popolo deve ricordare per non
ripetere gli errori, ma non può restare fermo. La fedeltà non consiste nel
riprodurre ciò che è stato, bensì nel seguire ciò che Dio apre oggi.
3. Continuità senza immobilità
Tra Mosè e Giosuè c’è una continuità
reale: entrambi sono chiamati servo (ʿeved, עֶבֶד, “colui che
appartiene, colui che serve”). La guida passa da uno all’altro, ma non si
ferma sui personaggi. Ogni svolta epocale nella storia del popolo di Dio
presenta questa dinamica: continuità nella fedeltà, novità nell’obbedienza.[2]
4. La guida divina nelle diverse
epoche
La guida era in Mosè, poi in Giosuè, e
nella pienezza dei tempi è giunta in Cristo Gesù. Oggi è lo Spirito Santo a
condurre la Chiesa, e un giorno la guida sarà pienamente manifesta nell’unione
diretta con Dio, quando “lo vedremo così come egli è” (1 Giovanni 3:2).
La Scrittura mostra un movimento
progressivo: Dio guida, prepara, conduce verso una pienezza che ancora
attendiamo.
5. Ricordare per non sbagliare,
avanzare per obbedire
Il credente è chiamato a custodire la
memoria, ma anche a riconoscere che Dio apre vie nuove. La continuità è
necessaria, ma non deve diventare immobilità. Il passato illumina, ma non
trattiene.
Il Signore chiama il suo popolo a un
cammino che richiede discernimento, vigilanza e disponibilità a lasciarsi
condurre oltre ciò che è già stato.
6. “Servo del Signore”: un titolo che
definisce la vera guida
Nel primo versetto il termine servo
ricorre due volte: prima per Mosè, poi per Giosuè. Il testo ebraico usa ʿeved
(עֶבֶד), che significa “colui che appartiene”, “colui che serve”, “colui che è
al servizio di un altro”. Non è un titolo onorifico, ma una dichiarazione di
identità: la guida del popolo è, prima di tutto, un servitore del Signore.
Keil e Delitzsch osservano che questo
titolo, applicato a Mosè e poi ripetuto per Giosuè, mostra che la guida non
è mai autonoma: è sempre partecipazione all’opera divina.
Questa ripetizione indica un principio
che dovrebbe essere assodato, ma che non sempre lo è: chi è chiamato a
maggiori responsabilità è colui che deve servire di più. La leadership
biblica non è possesso, controllo o prestigio; è disponibilità, umiltà,
sacrificio.
7. La guida come servizio: il modello
di Cristo
Gesù ha stabilito questo principio in
modo definitivo quando lavò i piedi ai discepoli. Il Maestro si fece servo,
mostrando che l’autorità nel popolo di Dio non si misura dalla posizione, ma
dalla capacità di abbassarsi per il bene degli altri.
Ogni responsabile, anziano, pastore,
dottore, evangelista è chiamato a ricordarlo: la famiglia, la comunità, la
Chiesa non ti appartengono. Non sono “tuoi”. Sono anime preziose di Dio,
affidate per un tempo al tuo servizio, non alla tua gestione personale.
8. Un principio indispensabile nel
nuovo territorio
Se il popolo sta per entrare in un
territorio nuovo, anche la guida deve essere nuova nel cuore. Non basta
cambiare epoca: occorre cambiare atteggiamento.
Il Signore non affida il suo popolo a
chi vuole comandare, ma a chi è disposto a servire. Mosè e Giosuè sono chiamati
servi perché questo è il fondamento di ogni vera conduzione spirituale.
[1] Nota etimologica – “Parlò” Il verbo ebraico dibbēr
(דִּבֵּר), “parlò”, indica un parlare autorevole, determinante. Non è una
semplice comunicazione: è la parola che orienta, stabilisce e prepara.
[2] Da Osea a Giosuè: un nome che cambia direzione
Quando Mosè inviò gli esploratori, tra loro c’era Osea (Hôšēaʿ,
הוֹשֵׁעַ), il cui nome significa “egli salva” o “salvezza”. Mosè lo chiamò Giosuè
(Yehôšûaʿ, יְהוֹשֻׁעַ), cioè “il Signore è salvezza” (Numeri 13:16). Il
passaggio non è solo linguistico: è teologico. Il primo nome può essere
percepito come riferito alla capacità o alla figura dell’uomo; il secondo sposta
il centro, dichiarando che la salvezza appartiene al Signore. Questo
cambiamento anticipa la logica dell’intero libro di Giosuè: non è l’abilità del
condottiero a garantire il futuro del popolo, ma l’opera del Signore,
che guida, parla e compie ciò che ha promesso. Il nome stesso del nuovo
conduttore diventa così un promemoria permanente: il popolo non deve
confidare nell’uomo, ma in Dio che salva.
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