La Chiamata ad Alzarsi, Attraversare e Governare - Giosuè 1:2-9 – Studio Parte 2 – n. 256
-di Renzo Ronca 24-12-25 Prosegue da https://ritornocristiano.blogspot.com/2025/12/il-passaggio-decisivo-preparato-da-dio.html
1. “Mosè, mio servo, è morto”: la
ripetizione che apre un nuovo inizio
Il Signore ripete a Giosuè ciò che già
sappiamo: “Mosè, mio servo, è morto”. Non è un ricordo affettuoso, né un
omaggio alla persona. È una dichiarazione teologica: la stagione precedente
è conclusa, e Dio sta aprendo un nuovo tempo. La ripetizione serve a
fissare nel cuore di Giosuè che non può più guardare indietro. Il
passato è giusto, necessario, prezioso, ma non è più vivo. Ora Dio parla per
inaugurare un cammino nuovo.
2. Per i cristiani di oggi: un nuovo
tempo che non ammette nostalgie legaliste
Per il credente di oggi, la frase “Mosè,
mio servo, è morto” ha anche un significato spirituale più profondo. Mosè
rappresenta non solo la persona, ma l’intero sistema dell’Antico Patto:
una radice preziosa, una rivelazione necessaria, una pedagogia voluta da Dio
per guidare il suo popolo nei primi passi della fede. Il decalogo rimane
valido, perché esprime la volontà morale di Dio. Ma molti aspetti dell’Antico
Testamento erano tutori (come dice Paolo), strumenti provvisori per
condurre verso Cristo. Ora che la pienezza è venuta, quei tutori non possono
più essere riproposti come modello di vita spirituale.
Il rimanente che sta per attraversare il
Giordano non può portare con sé nostalgie legaliste, né forme di religiosità
che appartengono a un’epoca passata. La nuova fase che Dio sta aprendo richiede
chiarezza di culto, purezza di devozione, semplicità evangelica.
Per questo, nella Chiesa del rimanente
non troveranno più spazio:
- la preghiera ai morti,
- la ricerca di intermediari diversi dal Signore
Gesù,
- la devozione agli angeli,
- ogni forma di mediazione spirituale che non sia
radicata in Cristo.
Non si tratta di giudicare altri, ma di
riconoscere che il passaggio decisivo preparato da Dio richiede un ritorno
alla centralità assoluta di Cristo, unico Mediatore, unica Via, unico
Signore.
Il Giordano che il rimanente sta per
attraversare non è solo un confine geografico o simbolico: è il confine tra
una fede mista e una fede purificata, tra un culto ambiguo e un culto
limpido, tra un cristianesimo appoggiato su tradizioni umane e un cristianesimo
fondato sulla Parola e sullo Spirito.
3. “Àlzati dunque”: il verbo che
inaugura la missione
Il comando “Àlzati” traduce l’ebraico qûm
(קוּם), che significa “sorgi”, “mettiti in piedi per agire”. Non è un invito
morale, ma un ordine operativo: alzati perché il tempo di Dio è arrivato. Ogni passaggio decisivo nella Scrittura
inizia con un “alzati”: Abramo, Elia, Giona, Paolo. Dio parla, l’uomo si alza,
la storia cambia.
4. “Attraversa questo Giordano”: il
confine che Dio indica
Il Giordano non è scelto da Giosuè. È
Dio che dice: “questo Giordano”, indicando un confine preciso, non
negoziabile, non rimandabile.
Il Giordano è il luogo dove:
- finisce il deserto,
- inizia la promessa,
- si manifesta la fedeltà di Dio,
- si richiede la fede del popolo.
Per il credente di oggi, il Giordano
rappresenta il confine spirituale che Dio sta ponendo davanti alla sua
Chiesa, un confine che non può più essere ignorato.
5. “Tu con tutto questo popolo”: la
responsabilità condivisa
Dio non chiama Giosuè da solo. La
missione è personale, ma non individualistica. La guida deve entrare, ma deve
entrare con il popolo. La responsabilità spirituale non è mai un privilegio
privato: è un peso condiviso, un cammino comunitario.
6. La terra promessa: dono e
responsabilità
“Per entrare nel paese che io do ai
figli d’Israele.” La terra è un dono, ma non è un regalo passivo. È un
territorio da amministrare, custodire, governare. Come Adamo nel principio,
anche Giosuè riceve un compito: governare secondo Dio, non secondo la
propria forza. Il dono divino è sempre accompagnato da una responsabilità
divina.
7. “Ogni luogo che la pianta del
vostro piede calcherà”: la fede che cammina
Il Signore promette: “Io ve lo do”. Ma
aggiunge: “Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà”. La promessa è reale, ma si attiva camminando.
La fede non è statica: è un movimento che rende visibile ciò che Dio ha già
stabilito.
8. Il territorio descritto: la
visione ampia di Dio
Dio elenca i confini: deserto, Libano,
Eufrate, paese degli Ittiti, mar Grande. Non è una lezione di geografia. È una
dichiarazione di sovranità: Dio conosce perfettamente il territorio che
affida. Il credente non entra mai in un luogo sconosciuto a Dio. Ciò che
per noi è nuovo, per Lui è già preparato.
9. I confini come protezione: non
andare oltre ciò che Dio ha stabilito
La descrizione dei confini non è solo
promessa, ma anche limite. Dio indica ciò che è loro, e implicitamente ciò che
non lo è. È un invito alla sobrietà spirituale: non andare oltre quanto Dio
ha stabilito. Questo vale anche per i territori della fede: ci sono aspetti
della natura di Dio, dell’eternità, della vita spirituale che restano velati
non per privazione, ma per protezione. La realtà spirituale è una dimensione
superiore, dove ciò che oggi chiamiamo “concreto” potrebbe assumere forme che
ora non possiamo comprendere. Dio rivela ciò che possiamo portare. Il resto lo
custodisce fino al tempo stabilito.
10. “Nessuno potrà resistere”: la
protezione promessa
La promessa non è assenza di conflitti,
ma vittoria garantita. “Come sono stato con Mosè, così sarò con te.” La
continuità non è nella persona scelta, ma nella presenza di Dio. Il fondamento
della missione non è la forza di Giosuè, ma la fedeltà del Signore.
11. “Sii forte e coraggioso”: il
comando ripetuto
Il Signore ripete tre volte:
- “Sii forte e coraggioso”
- “Sii molto forte e coraggioso”
- “Non ti spaventare e non ti sgomentare”
La ripetizione non indica debolezza di
Giosuè, ma la grandezza del compito. Dio non incoraggia l’emotività, ma
la fermezza spirituale.
12. La forza che viene da Dio: un
comando che è anche una promessa
Ogni persona chiamata a un compito di
responsabilità diventa, volente o nolente, un punto di riferimento. E quel “sii
forte” significa due cose inseparabili:
1.
“Sono con te:
non ti abbattere.” La forza non nasce
dal carattere di Giosuè, ma dalla presenza del Signore.
2.
“Sii forte con
Me.” La forza richiesta è la forza
che Dio stesso comunica. Non è un eroismo umano, ma una partecipazione alla
stabilità divina.
Per questo il Signore aggiunge: “Non
deviare né a destra né a sinistra.” L’obbedienza non è un peso, ma il luogo
in cui Dio conferma e sostiene.
La forza promessa scorre lungo il canale
dell’obbedienza. Chi rimane nella Parola scopre che la forza di Dio diventa la
sua forza.
13. La legge come fondamento della
prosperità
“Questo libro della legge non si
allontani mai dalla tua bocca… meditalo giorno e notte.” Il verbo “meditare”
traduce hāgāh (הָגָה), “mormorare”, “ripetere a bassa voce”, “ruminare”.
La prosperità non nasce dal successo
militare, ma dalla fedeltà alla Parola.
14. La presenza di Dio come garanzia
finale
“Il Signore, il tuo Dio, sarà con te
dovunque andrai.” È la stessa promessa fatta a Mosè. La missione inizia e
termina con questa certezza: Dio è con te. Non c’è passaggio decisivo
senza presenza divina.
(continua in https://ritornocristiano.blogspot.com/2025/12/dal-comando-giosue-al-tempio-vivente.html )
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