Dalla Gerusalemme da Correggere alla Gerusalemme Redenta: Significati che si Compongono nel Tempo - Studio Articolato Importante - Parte 2 - n. 277

 di Renzo Ronca  8-1-26  Prosegue da https://ritornocristiano.blogspot.com/2026/01/correggiti-gerusalemme-geremia-6-studio.html


Ponte con Geremia. Nello studio precedente abbiamo contemplato la Gerusalemme che deve essere corretta: città ingrassata nel male, sorgente di malvagità come un pozzo contaminato, oggetto di un severo ma ancora misericordioso «Correggiti, Gerusalemme» (Geremia 6:8). Lì il quadro era quello del giudizio imminente, del popolo che rifiuta la verità e cerca una pace illusoria.

Ora lo sguardo si alza. In questo nuovo studio, senza dimenticare il monito, volgiamo lo sguardo alla Gerusalemme redenta, quella che splenderà nel regno millenario di Cristo. Non si tratta di una cancellazione del giudizio, ma del suo esito glorioso per il resto (il residuo) che si converte. Il filo rimane lo stesso: correzione, santificazione, purificazione… e poi consolazione, gioia, comunione restaurata.


La Gerusalemme redenta nel regno millenario (Isaia 62)

Contesto di Isaia 62. Isaia 62 presenta una Gerusalemme trasformata: da città abbandonata e desolata a città amata e sposata. Il profeta annuncia un tempo in cui la giustizia di Sion spunterà come una luce, e la sua salvezza sarà come una lampada che si accende. Il nome stesso della città viene rinnovato: non più “Abbandonata” (’Azuvah), ma “Il mio compiacimento in lei” (Hephzibah), non più “Desolata” (Shemamah) ma “Sposa” (Beulah).

 

Etimologia di Gerusalemme. “Gerusalemme” (ebr. Yerushalayim) ha una radice discussa, ma spesso collegata con shalom (pace, completezza). È la “città della pace”, o meglio, la città dove la pace di Dio dovrebbe dimorare. Nel contesto escatologico, questa pace non è semplicemente assenza di guerra, ma pienezza di vita sotto il governo del Messia.

Gerusalemme: città geografica, simbolo spirituale, realtà escatologica

“Gerusalemme” è anzitutto una città reale, oggi capitale di uno Stato moderno. Ma nella Bibbia essa assume significati diversi:

  • Gerusalemme corrotta, come nei giorni di Geremia, simbolo di un popolo che ha tradito la sua vocazione e deve essere corretto.
  • Gerusalemme redenta, come in Isaia 62, centro del cuore dei giudei convertiti negli ultimi tempi, luogo della restaurazione messianica.
  • Gerusalemme celeste, realtà spirituale e futura, che scende da Dio come compimento del suo progetto eterno.

Il lettore deve quindi chiedersi: di quale Gerusalemme sta parlando il testo? La stessa parola può indicare una città da giudicare o una città da glorificare.

 

Israele: sposa fedele o popolo infedele

Anche “Israele” non ha un solo significato:

  • può essere la sposa di Dio, amata, scelta, custodita;
  • può essere la prostituta infedele, come nei profeti, quando il popolo si allontana e abbraccia l’idolatria;
  • può essere il residuo fedele, che riconoscerà il Messia negli ultimi tempi;
  • può essere Israele secondo la carne, cioè la nazione etnica, distinta da Israele spirituale.

La Scrittura non usa mai questi termini in modo piatto: li plasma secondo la situazione spirituale del popolo.

 

La Chiesa: corpo di Cristo o istituzione umana

Lo stesso vale per la parola “Chiesa”.

  • Chiesa con la maiuscola indica il corpo di Cristo, formato da tutti i credenti rigenerati, uniti dallo Spirito Santo. È la Chiesa che Gesù ha fondato e che sarà rapita.
  • chiesa con la minuscola può indicare una denominazione, una tradizione, una struttura umana, un insieme di pratiche e abitudini. In Italia, spesso, la parola “chiesa” viene identificata automaticamente con la chiesa cattolica, come se fosse l’unica esistente.
  • Ogni denominazione, anche la più piccola, tende a parlare di sé come se fosse “la chiesa giusta”, dimenticando che la vera Chiesa è più ampia, più profonda e più spirituale di qualsiasi etichetta.

Per questo è necessario specificare sempre a cosa ci riferiamo: alla Chiesa universale dei redenti, o a una chiesa particolare?

 

Dal tempio di Gerusalemme al tempio spirituale

Gerusalemme era il centro del popolo di Dio prima di Cristo. Ma dopo il rigetto del Messia da parte della maggioranza di Israele, il centro si è spostato:

  • non più un luogo geografico,
  • ma un tempio spirituale, reso possibile dal sacrificio di Cristo e dal dono dello Spirito Santo.

Paolo dice che il nostro corpo è “tempio dello Spirito Santo”. Questo significa che ogni credente, unito a Cristo, diventa un piccolo “cuore centrale”, un punto vivo di comunione con Dio. Tutti questi cuori insieme formano un unico corpo, la Chiesa.

 

Il nuovo baricentro del popolo di Dio

In senso molto ampio, si può dire che:

  • come un tempo Gerusalemme rappresentava il cuore del popolo di Dio,
  • oggi il baricentro di quel cuore è nella Chiesa, che ne è l’evoluzione spirituale.

Non perché la Chiesa sostituisca Israele, ma perché, nel tempo presente, è la comunità dei redenti a portare nel mondo la presenza di Dio, in attesa che anche Israele, nel tempo stabilito, riconosca il Messia e sia restaurato.

 

Isaia 62:9 e il santuario del regno

«Ma quelli che avranno raccolto il frumento lo mangeranno e loderanno il SIGNORE; quelli che avranno vendemmiato berranno il vino nei cortili del mio santuario.»

Frumento e vino: simboli di comunione. Qui vediamo un contrasto implicito con le maledizioni dell’Antico Testamento, dove il popolo seminava e altri mangiavano, raccoglieva e altri godevano del frutto. Nel tempo della restaurazione:

  • chi raccoglie, mangia;
  • chi vendemmia, beve;
  • e lo fa nei cortili del santuario di Dio.

Frumento e vino diventano simboli di:

  • provisione sicura (Dio custodisce il frutto del lavoro);
  • lode («… e loderanno il SIGNORE»);
  • comunione cultuale (nei cortili del santuario, cioè in presenza di Dio).

 

Santuario millenario. In prospettiva escatologica premillenniale, questo versetto può essere letto come riferimento al culto nel regno messianico, quando il residuo di Israele convertito servirà il Messia in una Gerusalemme restaurata. Il “mio santuario” indica un luogo in cui Dio abita in mezzo al suo popolo, in forme rinnovate rispetto al tempio veterotestamentario.

 

Gerusalemme e il Millennio: alcuni riferimenti

Profeti e regno messianico. Diversi passi profetici parlano di un tempo futuro in cui:

  • Gerusalemme sarà centro di istruzione e di pace (Isaia 2:2‑4; Michea 4:1‑4);
  • le nazioni saliranno alla “casa del Dio di Giacobbe” per essere istruite nelle sue vie;
  • il Messia regnerà con giustizia.

In una lettura premillenniale, questi testi non sono ridotti a metafora spirituale, ma conservano un riferimento concreto a Israele e a Gerusalemme, pur avendo implicazioni universali.

 

Studiosi evangelici.

  • John F. Walvoord, teologo pretribolazionista, ha sottolineato come Isaia 62 e passi paralleli rientrino nel quadro di un regno messianico letterale sulla terra, in cui Israele restaurato occupa un ruolo particolare, senza escludere la partecipazione delle nazioni.
  • George Eldon Ladd, pur essendo premillenniale ma non pretribolazionista, ha anch’egli riconosciuto la realtà di un regno millenario, insistendo però sulla centralità di Cristo più che sulle specifiche nazionali.

Il punto qui, per noi, non è forzare le differenze tra studiosi, ma vedere la convergenza essenziale: un futuro reale in cui Gerusalemme sarà scenario di una restaurazione visibile.

Gerusalemme terrena redenta e Gerusalemme celeste: un parallelo dimensionale‑spirituale

 

La Gerusalemme celeste in Apocalisse. In Apocalisse 21–22, troviamo la “nuova Gerusalemme” che scende dal cielo, “pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. Il termine “Apocalisse” (gr. apokalypsis) significa “rivelazione, svelamento”. La Gerusalemme celeste rappresenta il compimento definitivo del progetto di Dio: la dimora di Dio con gli uomini.

 

Due livelli, un solo disegno. Pur riconoscendo che la Gerusalemme celeste merita uno studio a parte, possiamo già intravedere un rapporto di parallelismo:

  • la Gerusalemme terrena del regno millenario come anticipazione storica di una restaurazione;
  • la Gerusalemme celeste come compimento eterno di quella stessa realtà di comunione.

In una prospettiva “dimensionale‑spirituale”, si potrebbe dire che:

  • nel Millennio, la realtà celeste si avvicina e si riflette in modo ancora parziale nella storia;
  • alla fine, cielo e terra saranno pienamente riconciliati in una nuova creazione, e la distinzione tra “cortili del santuario” e “mondo” sarà abolita, perché Dio sarà tutto in tutti.

 

Prudenza ermeneutica. È importante qui essere prudenti: non possiamo dettagliare troppo “come” la Gerusalemme celeste si rapporti allo spazio‑tempo del regno millenario. Possiamo però già affermare con calma che si tratta dello stesso disegno di Dio che si sviluppa:

  • dalla Gerusalemme da correggere (Geremia);
  • alla Gerusalemme redenta nel regno messianico (Isaia 62);
  • fino alla Gerusalemme celeste dell’eternità (Apocalisse 21–22).

 

I tempi che viviamo: guerre, minacce e reazioni psicologiche

Capi orgogliosi e logica anticristica. Nel mondo attuale, assistiamo a una successione di conflitti, escalation improvvise, minacce di allargamento bellico che ricordano, in forma ancora preparatoria, lo spirito che culminerà in Armaghedon. Alcuni capi di stato mostrano un orgoglio, una volontà di potenza e di autoaffermazione che sono tipici della logica anticristica: fiducia in se stessi, disprezzo della fragilità umana, uso della paura come strumento di controllo.

Impatto psicologico delle guerre.

Le popolazioni direttamente esposte ai conflitti – come vediamo tragicamente in Ucraina, a Gaza e in altre zone di guerra – affrontano anzitutto problemi estremi di sopravvivenza: bombardamenti, distruzione delle abitazioni, mancanza di acqua e cibo, ferite, sfollamenti, lutti improvvisi. In questi contesti, la priorità non è la gestione psicologica, ma la semplice possibilità di restare vivi. La sofferenza è totale: fisica, materiale, affettiva, spirituale.

Diverso è l’impatto sulle nazioni non direttamente coinvolte, in particolare quelle occidentali. Qui non c’è la minaccia immediata alla vita, ma si osserva un crescente squilibrio psicologico e sociale. Diversi psicologi, sociologi e psicoterapeuti hanno rilevato un aumento di:

  • ansia generalizzata;
  • paura del futuro;
  • angoscia legata all’instabilità globale;
  • irritabilità e “esplosioni” emotive non controllate;
  • difficoltà a gestire l’incertezza;
  • senso di vulnerabilità collettiva.

Le persone più fragili, o già provate da stress preesistenti, faticano a reggere la pressione di un mondo percepito come imprevedibile e minaccioso. Gli Stati, spesso, reagiscono come se si trattasse di episodi isolati, senza mettere in campo un adeguato sostegno psicologico e sociale. Si tende a minimizzare, come se la popolazione fosse ancora quella di un secolo fa, mentre la velocità degli eventi e la loro intensità richiederebbero un accompagnamento molto più attento.

Lo stesso rischio esiste nelle chiese. Si può procedere per inerzia, predicando come si faceva cento anni fa, senza considerare che i flagelli e le crisi arrivano oggi con una rapidità esponenziale. Una predicazione che non tiene conto del tempo presente rischia di non offrire né consolazione né preparazione. La chiesa deve invece aiutare i credenti a leggere spiritualmente ciò che accade, a non cedere alla paura, e a radicarsi nella speranza del ritorno del Signore.


Un terreno pronto per il “grande inganno”. In chiave escatologica, questo clima globale di incertezza, paura e ricerca di una “pace a qualunque costo” prepara un terreno favorevole:

  • all’accettazione di leader forti che promettono stabilità;
  • alla disponibilità a cedere libertà in cambio di sicurezza;
  • a un desiderio di soluzioni rapide e globali, che potrà essere sfruttato dalla figura dell’anticristo.

 

Monitorare la predicazione attuale: rapimento, ritorno di Cristo, Apocalisse

Un quadro frammentato. Nell’ampio mondo evangelico e protestante, la predicazione sull’escatologia è molto variegata:

  • in alcuni contesti, quasi scomparsa dal pulpito, sostituita da messaggi centrati su benessere, motivazione, crescita personale;
  • in altri, ancora ben presente, ma talvolta trattata con sensazionalismo, legando ogni evento di cronaca a profezie specifiche;
  • in altri ancora, custodita in modo più equilibrato: ricordando il rapimento, il ritorno di Cristo, il giudizio e la speranza, senza fissare date né cadere in fantasie.

 

Esempio di fedeltà dottrinale formale. Alcune denominazioni evangeliche storicamente pentecostali, come le Assemblee di Dio, continuano a riconoscere nei loro documenti ufficiali la centralità della “beata speranza”, del ritorno del Signore, del regno millenario e del giudizio finale, incoraggiando a mantenere saldo questo insegnamento senza perdersi in dettagli secondari non chiaramente fondati sulla Scrittura.

Tuttavia, come tu stesso intuisci, non sempre ciò che è affermato nello statuto dottrinale si traduce in predicazione equilibrata e costante nelle comunità locali. È proprio qui che il tuo lavoro può avere un ruolo: offrire un modello sobrio di insegnamento escatologico, che:

  • non ignori la tribolazione, il rapimento, il ritorno di Cristo;
  • non terrorizzi, ma prepari;
  • non alimenti curiosità morbosa, ma santificazione.

 

Pastori coraggiosi. È giusto, in questo quadro, incoraggiare i pastori che, con equilibrio, hanno ricominciato o continuato a:

  • predicare sul rapimento della chiesa;
  • spiegare che il ritorno di Gesù Cristo è una speranza concreta e vicina, non un tema marginale;
  • invitare i credenti a leggere l’Apocalisse non come un libro oscuro, ma come rivelazione di Gesù Cristo e incoraggiamento alla perseveranza.

 

Due riferimenti biblici per responsabili e fedeli

1) 2 Corinzi 10:2–5 – Non guardare solo l’apparenza

Armi non carnali. Paolo ricorda che la nostra battaglia non si combatte con strumenti umani. Le “armi” del cristiano non sono quelle della forza politica, del controllo, della manipolazione, ma quelle che Dio dà: verità, preghiera, annuncio, obbedienza. Il credente e i responsabili di chiesa sono chiamati a:

  • non fermarsi all’apparenza degli eventi;
  • non leggere le guerre solo in chiave geopolitica;
  • riconoscere che il vero conflitto è spirituale, e che certe battaglie le combatterà il Signore.

Obbedire e restare fermi. Il compito della chiesa non è “risolvere” la storia, ma restare fedele in mezzo alla storia. Questo significa:

  • mantenere saldo l’annuncio dell’Evangelo;
  • non annacquare il messaggio per paura di perdere ascoltatori;
  • confidare che Dio, al tempo stabilito, interverrà secondo il suo piano.

2) 1 Tessalonicesi 5:19–22 – Non spegnere lo Spirito Santo, non disprezzare le profezie

Non spegnere lo Spirito Santo. Il comando «Non spegnete lo Spirito» è strettamente collegato a: «Non disprezzate le profezie, ma esaminate ogni cosa, ritenete il bene; astenetevi da ogni specie di male.» L’azione profetica nella chiesa (non nel senso spettacolare, ma nel senso di parola che edifica, esorta e consola) è parte essenziale della vita comunitaria. Spegnere lo Spirito Santo significa:

  • soffocare la sua libertà di ammonire, correggere, dirigere;
  • chiudere le orecchie a ogni richiamo scomodo;
  • ridurre il cristianesimo a “buon senso” religioso.

Discernere, non disprezzare. Paolo non dice “accettate tutto”, ma:

  • non disprezzate le profezie;
  • esaminate ogni cosa;
  • tenete il bene;
  • astenetevi dal male.

Per la chiesa di oggi, questo significa:

  • non rifiutare in blocco ogni discorso escatologico solo perché alcuni lo hanno deformato;
  • accogliere la voce profetica che richiama al ritorno di Cristo, alla tribolazione, alla santificazione;
  • esercitare un sano discernimento, alla luce della Scrittura, senza ingenuità ma senza cinismo.

Consacrazione in tempi difficili. In un mondo agitato, con guerre, crisi, confusione dottrinale, la risposta che 1 Tessalonicesi 5 propone è:

  • mantenere vivo l’incontro di ascolto dello Spirito Santo nella comunità;
  • non spegnere la sua azione;
  • non disprezzare le parole che mettono in luce il piano di Dio per gli ultimi tempi;
  • accettare che la vera preparazione alla tribolazione e al rapimento non è la curiosità cronologica, ma la consacrazione quotidiana: “astenersi da ogni genere di male”.

 

Conclusione del quadro

Un filo unico che attraversa gli studi.

  • Geremia: la Gerusalemme che deve correggersi per non essere abbandonata.
  • Isaia 62: la Gerusalemme redenta che gode del frutto del suo lavoro nei cortili del santuario, simbolo del regno messianico.
  • Apocalisse: la Gerusalemme celeste che scende, compimento del disegno eterno di Dio.
  • Il mondo di oggi: guerre, paure, turbolenze psicologiche che preparano lo scenario per le vicende finali.
  • La chiesa: chiamata a non spegnere lo Spirito Santo, a non disprezzare la profezia, a vegliare e santificarsi in vista del rapimento e del ritorno del Signore.


Commenti