Correggiti Gerusalemme (Geremia 6) – Studio Tra Storia Profezia e Responsabilità Cristiana nei Tempi che Viviamo – Parte 1 - n. 276
di Renzo Ronca 7-1-26
Inquadramento sintetico di Geremia
Geremia è una figura scomoda e fragile
allo stesso tempo. Chiamato da giovane («Sono un fanciullo», Ger 1:6), vive la
propria vocazione come un peso interiore, con momenti di crisi profonda,
lamentazioni e perfino “contestazioni” rivolte a Dio. È stato definito spesso
il profeta delle lacrime: non è un moralista freddo, ma un uomo che
soffre insieme al popolo mentre deve annunciare un messaggio di giudizio.
La sua missione viene riassunta da Dio
in modo drammatico: «Io ti costituisco sopra le nazioni e sopra i regni per
sradicare e per demolire, per distruggere e per abbattere, per edificare e per
piantare» (Ger 1:10). Prima deve denunciare, poi potrà annunciare una speranza.
Il suo ministero si svolge negli ultimi decenni del regno di Giuda (fine VII –
inizio VI secolo a.C.), sotto re come Giosia, Ioiachim e Sedechia, in un
contesto di grande instabilità politica, con Babilonia alle porte, e di
profonda decadenza spirituale.
Il popolo continua ad avere il tempio, i
sacerdoti, le feste, ma il cuore è lontano da Dio. C’è idolatria, ingiustizia
sociale, alleanze politiche al posto della fiducia nell’Eterno. Geremia paga di
persona: viene perseguitato, accusato di tradimento, gettato in una cisterna,
minacciato di morte. La sua voce è rifiutata perché rompe l’illusione
religiosa. In questo, il suo compito scomodo assomiglia molto alla situazione
di chi oggi osa ricordare alla chiesa la realtà del giudizio, del ritorno di
Cristo, della tribolazione.
Come accadeva per Geremia, anche oggi il
servitore che porta una parola profetica autentica non occupa posizioni
plateali né gode di particolare consenso. La sua voce è spesso marginale,
perché non offre rassicurazioni facili ma richiami alla verità. In molte
comunità, chi ricorda il giudizio, la vigilanza, la santificazione e il ritorno
del Signore viene percepito come “disturbante”, quasi fuori luogo. La sua
presenza mette a disagio perché tocca nervi scoperti, smaschera la
superficialità spirituale e richiama alla serietà del cammino cristiano. Ma
proprio questa voce, scomoda e non applaudita, è spesso quella che Dio usa per
risvegliare il suo popolo.
La perversione del tempo di Geremia
Alla fine del capitolo 5 di Geremia troviamo una
sintesi impressionante della corruzione di quel tempo:
«Sono ingrassati, sono pingui,
oltrepassano anche i limiti del male; non difendono la causa, la causa
dell’orfano, eppure prosperano; non fanno giustizia ai poveri. (…) I profeti
profetizzano bugiardamente, i sacerdoti governano agli ordini dei profeti, e il
mio popolo ha piacere che sia così. Che cosa farete quando verrà la fine?» (Ger
5:28.31).
L’immagine dell’“ingrassare” non indica
solo prosperità materiale, ma una coscienza appesantita, incapace di
percepire il male. È la condizione di chi non sente più il bisogno di Dio,
perché si è abituato a vivere senza di Lui.
Qui emerge una triplice
responsabilità:
- i capi civili e religiosi approfittano della loro posizione, non praticano
la giustizia, non difendono i deboli;
- i profeti
dicono ciò che il popolo vuole sentirsi dire, non ciò che Dio ha realmente
detto;
- i sacerdoti si adeguano, invece di esercitare discernimento e correzione;
- il popolo stesso non solo sopporta, ma si compiace di
questa falsità.
Geremia non denuncia solo i capi, ma un’intera
cultura religiosa che preferisce l’illusione alla verità. È un sistema che
si autoalimenta: profeti che ingannano, sacerdoti che tacciono, popolo che
applaude. La responsabilità è quindi estesa: non c’è solo una “casta” corrotta,
ma un popolo che vuole essere ingannato.
Geremia 6: la sorgente del male
Nel capitolo 6, la diagnosi si
approfondisce:
«Abbattete i suoi alberi ed elevate un
bastione contro Gerusalemme; quella è la città che deve essere punita:
dappertutto, in mezzo a lei, non c'è che oppressione. Come un pozzo fa
scaturire le sue acque, così essa fa scaturire la sua malvagità; in lei non si
sente parlare che di violenza e di rovina; davanti a me stanno continuamente
sofferenze e piaghe. Correggiti, Gerusalemme, affinché io non mi allontani da
te e non faccia di te un deserto, una terra disabitata!» (Ger 6:6‑8).
L’immagine del pozzo è potentissima: un
pozzo non può produrre altro che ciò che contiene. Così Gerusalemme non
produce male per incidente, ma perché il cuore è diventato una sorgente
contaminata. Il male non è episodico, è strutturale.
Eppure, dentro questa parola di giudizio
risuona ancora un appello di grazia: «Correggiti, Gerusalemme». Il
comando non è un rimprovero sterile, ma un invito urgente alla conversione,
prima che la presenza di Dio si ritiri. È una delle ultime chiamate alla grazia prima del deserto spirituale.
Il ponte con i nostri tempi
Il compito di Geremia diventa una lente
dolorosamente attuale. Nel suo tempo, molti profeti dicevano: «Pace, pace!»,
quando pace non c’era (Ger 6:14). Offrivano un messaggio rassicurante senza
chiamare al ravvedimento.
Oggi, a parte pochi pastori coraggiosi che
ricordano con fedeltà il ritorno del Signore, il rapimento, la realtà
dell’Apocalisse e della tribolazione, si ascoltano spesso predicazioni:
- superficiali, concentrate su benessere, auto‑realizzazione, “sentirsi meglio”;
- buoniste,
che invitano genericamente a pregare “per la pace del mondo” senza tenere
conto dei tempi stabiliti da Dio;
- prive di escatologia, come se la storia dovesse migliorare per sforzo
umano, e non andare verso il compimento del piano divino.
Come ai tempi di Geremia, anche oggi
molti preferiscono una pace apparente a una parola di verità che chiama
al ravvedimento. Ma la pace senza verità è solo anestesia spirituale.
La chiesa, invece, dovrebbe essere profetica:
non nel senso di inventare nuove rivelazioni, ma nel senso di dire oggi ciò
che Dio ha già detto, senza addolcire, mitigare o rassicurare
illusoriamente. Il messaggio biblico non è “andrà comunque tutto bene”, ma
“vegliate, perché il Signore viene”.
La chiamata profetica della chiesa
oggi
Alla luce di tutto questo, il parallelo
con Geremia diventa concreto. La chiesa:
- non può limitarsi a un messaggio consolatorio che promette pace e
benessere senza verità;
- deve ricordare il rapimento, il ritorno di Cristo, la realtà della tribolazione
e del giudizio;
- è chiamata a profetizzare nel senso biblico: parlare un «linguaggio di
edificazione, di esortazione e di consolazione» (1 Corinzi 14:3), che
include anche l’avvertimento e la correzione.[1]
Il credente dei nostri giorni è posto
davanti allo stesso imperativo: «Correggiti». Non si tratta di un
perfezionismo angoscioso, ma di una risposta seria alla grazia: lascia che la
Parola e lo Spirito ti correggano, purifichino le motivazioni, ti distacchino
dalla superficialità religiosa e ti rendano vigilante in vista del ritorno del
Signore.
Una chiesa che non si lascia correggere non
è gradita al Signore, non può essere profetica. Solo chi accoglie la verità può
poi annunciarla con amore e fermezza.
(continua in https://ritornocristiano.blogspot.com/2026/01/dalla-gerusalemme-da-correggere-alla.html )
[1]
Come abbiamo accennato nel breve studio precedente "
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