Il Dono della Profezia e la Responsabilità di chi lo Esercita - Studio Riflessioni con Approfondimenti - n. 296
di Renzo Ronca 21-1-26
1. Il ministero profetico secondo l’apostolo
Paolo
L’apostolo Paolo, nel delineare la
funzione del dono profetico, offre una definizione essenziale e
sorprendentemente concreta: «Chi profetizza parla agli uomini un linguaggio
di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua
edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la chiesa» (1 Corinzi 14:3-4).
Il verbo “profetizzare” traduce il greco προφητεύω (prophēteuō), composto da πρό (pro, “davanti”, “prima”) e φημί (phēmi, “parlare”, “rendere noto”)**. L’idea originaria non è primariamente “predire”, ma rendere manifesta una realtà che proviene da Dio, sia essa futura, presente o nascosta. Il profeta, dunque, non è un indovino, ma un portavoce. Studiosi come Leon Morris e Gordon Fee sottolineano che, nel Nuovo Testamento, la profezia è soprattutto parola comprensibile che illumina, orienta e sostiene la comunità. Fee osserva che la profezia «non è mai un’estasi incontrollata, ma un atto intelligibile e responsabile»; Morris aggiunge che essa «porta la luce di Dio in situazioni concrete». (Si veda la sezione di approfondimento in chiusura)
2. Un dono ancora attivo: aprire ciò
che Dio ha già stabilito
Paolo non considera la profezia un fenomeno transitorio nel tempo presente della chiesa, dove essa edifica e orienta. Tuttavia, egli afferma che «le profezie cesseranno» (1 Corinzi 13:8), quando ciò che è perfetto sarà giunto. Anzi, invita i credenti a desiderarla: «Cercate l’amore; desiderate ardentemente i doni spirituali, soprattutto di profetare» (1 Corinzi 14:1). Il dono non è scomparso. Oggi non aggiunge nulla alla rivelazione biblica, ma illumina ciò che Dio ha già stabilito e che attende ancora compimento. È come stendere una tovaglia immacolata su una tavola già preparata: la tovaglia non cambia il tavolo, ma lo rende visibile, ordinato, pronto alla comunione.
Gesù stesso parla dello scriba
divenuto discepolo, che «trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose
vecchie» (Matteo 13:52). Il profeta maturo compie qualcosa di simile: porta
alla luce verità antiche e prospettive nuove, entrambe radicate
nella Scrittura, affinché gli invitati alla cena del Signore possano gustare
l’intero banchetto della rivelazione.
3. Il fenomeno della “contrazione
temporale degli eventi”
Entriamo nel cuore della riflessione. Le
profezie bibliche presentano spesso un fenomeno che potremmo definire “contrazione
temporale degli eventi”. ‘Accade quando la rivelazione descrive eventi
futuri separati da lunghi intervalli come se fossero vicini o simultanei. Il
profeta vede il futuro come un’unica scena, non come una sequenza cronologica. Questo
crea difficoltà interpretative: ciò che appare contiguo nella visione può
essere, nella realtà storica, separato da secoli.’ [1]
4. Il coinvolgimento personale del
profeta: quando il tempo “salta”
Chi esercita il dono profetico non si
limita a studiare la profezia: spesso la vive interiormente. È come se
il tempo lineare si piegasse. Il credente, immerso nella visione, percepisce il
futuro come presente. Non perché lo modifichi, ma perché lo contempla da un
punto di vista che non è più quello ordinario.
Fig. 1
Il disegno che vedete nella Fig 1 – una linea retta che al centro forma una sacca ovale, come un avvallamento temporale – rende bene l’idea: il tempo che separa il presente (a sinistra della sacca) dal compimento (a destra della sacca) è curvato, ‘accorcia’ il tempo terreno rendendolo molto più vicino quasi immediato. Guardando solo la linea orizzontale sembrerebbe quasi “inghiottito”.
Ma guardate adesso:
Fig. 2
Nella Fig. 2, nella parte superiore, le due frecce nel semicerchio verso destra potrebbero rappresentare la “vista del profeta” che è proiettato in avanti, nell’evento stabilito da Dio non ancora realizzato; ed è come se ci fosse immerso, come se lo vivesse. Il credente con il dono profetico sperimenta un salto percettivo, una sorta di anticipo spirituale.
Questa esperienza, pur essendo un dono
sublime, comporta rischi. Uno dei più delicati riguarda proprio “il ritorno
al presente”, schematizzato nel semicerchio con la freccia a sinistra,
nella parte bassa del disegno. Il credente che ha ricevuto la capacità di
spiegare la profezia, avendo “assaggiato” interiormente ciò che Dio ha
stabilito, può faticare a riadattarsi al suo tempo presente. Paolo stesso, parlando
dei “tre cieli” (2 Corinzi 12:2-4), lascia intendere che certe esperienze
spirituali possono collocare la persona in una dimensione difficile da tradurre
nella quotidianità.
Il rischio è duplice:
1.
Percezione
alterata del presente: il credente
vive come se ciò che ha visto fosse già compiuto.
2.
Incomprensione
da parte degli altri: può apparire
esaltato, illuso, “fuori fase”.
Se, ad esempio, ha percepito il ritorno
del Signore come imminente e quasi tangibile, il ritorno alla normalità può
generare delusione, o addirittura un rifiuto del presente, che è pur
sempre il luogo in cui Dio ci chiama a vivere fedelmente.
5. Il necessario tempo di silenzio e
riassestamento
Per questo, chi vive esperienze
profetiche intense ha bisogno di un tempo di ritiro, di silenzio, di
riassestamento. Paolo rimase cieco per alcuni giorni dopo l’incontro con Cristo
(Atti 9:8-9): non fu un castigo, ma un tempo di transizione, un adattamento tra
la visione celeste e la vita terrena.
Allo stesso modo, il credente che ha
contemplato realtà future deve imparare a:
- accettare il ritmo del presente, pur sapendo che è provvisorio;
- riconoscere che la visione non è ancora il
compimento;
- rientrare nella comunità con umiltà, senza imporre la propria esperienza
come norma;
- discernere ciò che deve essere condiviso e ciò che deve rimanere custodito, riconoscendo che non tutto ciò che ha percepito potrà essere comunicato a chi non ha vissuto la stessa esperienza.
- ciò che potrà trasmettere sarà l’essenziale comprensibile, come accadeva ai
profeti biblici che ricorrevano a immagini e esempi concreti per rendere
accessibile ciò che avevano contemplato.
La comunità, dal canto suo, dovrebbe:
- accogliere con rispetto chi porta un peso
profetico;
- verificare ogni cosa alla luce della Scrittura;
- evitare sia l’entusiasmo ingenuo sia il sospetto
pregiudiziale;
- sostenere il credente nel suo riadattamento,
ricordando che «lo Spirito di Dio non è di confusione, ma di pace» (1
Corinzi 14:33).
Conclusione
Il dono della profezia non è un
ornamento spirituale, ma una responsabilità. Illumina la Chiesa, apre le
Scritture, prepara i cuori al ritorno del Signore. Ma chi lo esercita deve
conoscere anche i rischi interiori: la percezione alterata del tempo, la
difficoltà di rientrare nel presente, la possibilità di essere frainteso.
Per questo è necessario un equilibrio
fatto di:
- radicamento nella Parola;
- umiltà personale;
- discernimento comunitario;
- tempi di silenzio e di riassestamento.
Il profeta non vive nel futuro, ma porta
il futuro nel presente senza abbandonare il presente. E la Chiesa,
accogliendo questo dono, cresce sempre più familiarizzando nell’attesa
vigilante del Signore che viene.
Approfondimenti linguistici,
esegetici e teologici per lo studio personale
1. Etimologia e semantica del termine
“profetizzare”
προφητεύω (prophēteuō)**
- πρό (pro)**:
“davanti”, “prima”, “in favore di”.
- φημί (phēmi)**:
“parlare”, “rendere noto”, “dichiarare apertamente”.
Il profeta è dunque colui che parla
davanti agli altri per conto di Dio, non colui che anticipa il futuro come
un indovino. Il sostantivo προφήτης (prophētēs)** traduce l’ebraico נָבִיא
(nāvî’), probabilmente legato alla radice נבא (n-b-’),
“sgorgare, fluire”, da cui l’idea di “colui da cui fluisce la parola di Dio”.
Walter Kaiser osserva che il profeta «non è un creatore di
messaggi, ma un canale attraverso cui Dio comunica la Sua volontà».
2. La profezia come parola
intelligibile
Leon Morris
Morris sottolinea che la profezia «porta
la luce di Dio in situazioni concrete», mettendo in risalto la sua funzione
pastorale e comunitaria.
Gordon Fee
Fee afferma che la profezia «non è mai
un’estasi incontrollata, ma un atto intelligibile e responsabile». Per Fee, il
profeta neotestamentario è un credente che riceve una rivelazione e la comunica
in modo comprensibile e verificabile.
John Stott
Stott definisce la profezia come
«applicazione chiara della verità di Dio alla vita reale». Sottolinea che il profeta
è un interprete, non un visionario isolato.
3. La profezia come rivelazione non
canonica ma autentica
Wayne Grudem
In The Gift of Prophecy in the New
Testament and Today, Grudem distingue tra:
- rivelazione autentica (che proviene da Dio),
- espressione fallibile (che dipende dal credente).
Questa distinzione spiega perché Paolo
chieda di «vagliare ogni cosa» (1 Tessalonicesi 5:21). La profezia non
sostituisce la Scrittura, ma la illumina.
D. A. Carson
Carson osserva che la profezia «ha una
funzione eminentemente edificante perché rende esplicito ciò che la comunità
deve comprendere per camminare fedelmente». Per Carson, la profezia è un dono comunitario,
non individualistico.
4. La profezia nella vita ordinaria
della chiesa
Craig Keener
Keener evidenzia che la profezia nel
Nuovo Testamento «non è un fenomeno marginale, ma un dono diffuso e destinato
alla vita ordinaria della chiesa». La sua funzione principale non è predire, ma
applicare la volontà di Dio.
F. F. Bruce
Bruce ricorda che il profeta «non parla
da sé, ma come uomo sotto la Parola». Il profeta non è un innovatore
dottrinale, ma un testimone.
Christopher Wright
Wright sottolinea che la profezia
biblica è sempre radicata nell’alleanza: il profeta richiama il popolo
alla fedeltà e alla speranza.
5. Note linguistiche aggiuntive
- Nella Septuaginta, prophētēs
traduce nāvî’ quasi sempre, indicando continuità tra profezia
ebraica e cristiana.
- Il verbo ebraico ḥāzāh (חָזָה, “vedere in
visione”) indica la dimensione contemplativa della profezia, distinta ma
complementare alla proclamazione.
- Il termine mashal (מָשָׁל, “proverbio,
parabola, enigma”) mostra che la profezia può includere immagini
simboliche che richiedono interpretazione graduale.
6. Approfondimento sul fenomeno della
“contrazione temporale”
Molti studiosi riconoscono che la
profezia biblica presenta una prospettiva “compressa” del tempo. Tra questi:
- Oswald T. Allis, che parla di “prospettiva profetica”, simile a montagne viste da
lontano: sembrano vicine, ma sono separate da valli invisibili.
- Edward J. Young, che descrive la profezia come «una finestra aperta sul futuro,
non una mappa cronologica».
- John Goldingay, che osserva che il profeta vede «il disegno complessivo» più che
la sequenza temporale.
7. Approfondimento pastorale: discernimento
e comunità
- La profezia deve essere discernita (1
Corinzi 14:29).
- La comunità deve essere luogo di verifica,
non di sospetto né di entusiasmo ingenuo.
- Il profeta deve coltivare umiltà, sapendo
che la sua esperienza non è il compimento, ma un’anticipazione.
- La comunità deve sostenere chi vive esperienze
intense, evitando giudizi affrettati.
[1]
Tratto dal nostro scritto: “Contrazione Temporale degli Eventi – Approccio alla
Comprensione Graduale delle Profezie”, in https://ritornocristiano.blogspot.com/2025/05/profezia-e-contrazione-temporale.html


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