La Famiglia e il Singolo Credente negli Ultimi Tempi – Studio Articolato su 1 Corinzi 7 – Parte 13 – n. 269
-di Renzo Ronca 3-1-26 Prosegue da https://ritornocristiano.blogspot.com/2026/01/intrighi-crisi-e-discernimento-la.html
1. Introduzione: un contesto di
disfacimento antico e moderno
La comunità di Corinto viveva in un
ambiente morale estremamente complesso. La città era un crocevia di popoli,
commerci, culti misterici e filosofie contrastanti. Le fonti antiche ricordano
la sua fama di licenziosità: il verbo greco korinthiázomai significava
“vivere in modo dissoluto”, e l’espressione korinthiastḗs indicava un
libertino. Non è certo che il cosiddetto “mal di Corinto” fosse un termine
medico preciso, alcuni propendono per una malattia da origine sessuale; in
ogni caso è storicamente attestata la reputazione della città come luogo di
dissolutezza sessuale.
In questo ambiente, alcuni credenti
convertiti dal paganesimo reagirono in modo opposto: se prima vivevano nella
licenza, ora tendevano a un’astinenza totale, persino all’interno del
matrimonio. Questa tensione generava conflitti: il coniuge non credente, o meno
rigoroso, poteva essere spinto verso la fornicazione. A ciò si aggiungevano
casi estremi, come l’incesto menzionato da Paolo nel capitolo 5.
Paolo, apostolo fondatore della
comunità, riceve domande e cerca di mettere ordine offrendo criteri pratici e
spirituali.
Il quadro non è molto diverso da quello
odierno. Anche oggi assistiamo a una duplice deriva:
- da un lato, comunità cristiane che accettano
senza discernimento modelli morali estranei alla Scrittura, arrivando a
benedire unioni che la Bibbia non riconosce come matrimonio;
- dall’altro, gruppi che reagiscono irrigidendosi
in una religione difensiva, applicando la legge in modo letteralistico e
privo di grazia.
Tra questi estremi, le famiglie
cristiane vivono tensioni reali: ruoli confusi, pressioni sociali, femminilità
e mascolinità ridefinite, responsabilità spirituali indebolite, difficoltà
economiche che costringono entrambi i coniugi a lavorare, con conseguente
fatica nella gestione della casa e dei figli.
In questo scenario, 1 Corinzi 7 diventa
un testo prezioso per comprendere come vivere la fede negli ultimi tempi, se
esaminato in modo ampio e maturo.
2. Corinto e la questione della
sessualità
La licenza pagana
Il tempio di Afrodite, secondo alcune
fonti, ospitava sacerdotesse dedite alla prostituzione sacra. Anche se gli
storici moderni discutono l’esattezza di questi numeri, è certo che la città
era permeata da un clima erotico e permissivo.
(Vedi tra poco alcune note di approfondimento)
La reazione ascetica
Alcuni credenti, turbati dal passato,
concludevano che la santità richiedesse l’astinenza totale. Paolo risponde con
equilibrio: “Il marito compia verso la moglie il dovere coniugale, e lo stesso
faccia la moglie verso il marito” (1 Corinzi 7:3).
Il termine greco opheílē
significa “debito, obbligo dovuto”, e indica un impegno reciproco, non un
diritto unilaterale. Paolo non demonizza la sessualità nel matrimonio, ma la
presenta come dono di Dio.
3. Il matrimonio come dono, la
continenza come dono
Paolo afferma: “Vorrei che tutti gli
uomini fossero come sono io; ma ciascuno ha il proprio dono (chárisma)
da Dio” (1 Corinzi 7:7).
Il termine chárisma indica un
dono gratuito, non un merito. Paolo non impone il celibato, né lo esalta come
superiore al matrimonio. John MacArthur osserva che Paolo potrebbe essere stato
vedovo, il che spiegherebbe la sua condizione senza contraddire la tradizione
ebraica che prevedeva il matrimonio per i rabbini.
Calvino, nel suo commento, sottolinea
che Paolo non parla “per disprezzare il matrimonio, ma per mostrare che Dio
distribuisce i suoi doni in modo diverso”.
4. Il tempo abbreviato: vivere alla
luce del ritorno di Cristo
Paolo afferma: “Il tempo è ormai
abbreviato” (1 Corinzi 7:29). Il termine greco synestal ménos indica
“accorciato, contratto”.
Per un credente che vive nell’attesa del
rapimento e del ritorno del Signore, le realtà familiari, pur importanti, non
sono assolute. Non diventano irrilevanti, ma vengono relativizzate dalla
priorità del Regno.
Carson osserva che Paolo non svaluta la
famiglia, ma invita a non assolutizzarla: la missione e la santificazione
restano centrali.
5. Il principio: rimanere nella
condizione in cui si era quando si è stati chiamati
Paolo ripete tre volte il principio:
“Ciascuno rimanga nella condizione (klēsis, “chiamata, stato di vita”)
in cui si trovava quando fu chiamato” (1 Corinzi 7:20).
Questo principio non è statico né
rigido. Non significa che la vita non possa cambiare, ma che la chiamata del
Signore non dipende dallo stato civile o sociale.
CONSIDERAZIONE: Tuttavia la
vita non è una fotografia immobile. L’età, la salute, la maturità spirituale,
le responsabilità familiari possono cambiare. Paolo non impone un modello
unico, ma invita a discernere ciò che favorisce la consacrazione. Da giovani è normale sentire più impulsi carnali e la reazione il controllo varia da persona a persona. Una decisione o imposizione a non sposarsi ad esempio non è adatta per tutti:
6. Quando la famiglia diventa un
ostacolo alla santificazione
Questo è un punto delicato. Paolo non
incoraggia la separazione, ma riconosce che:
- il coniuge non credente può “consentire di
abitare” con il credente (1 Corinzi 7:12);
- ma se “vuole separarsi, si separi” (7:15).
Il verbo chōrízō significa “dividersi,
allontanarsi”. Paolo non obbliga il credente a trattenere chi non vuole
condividere la vita di fede.
Il principio che proponiamo – lasciare
libertà all’altro senza costringerlo, e nello stesso tempo non essere
trascinati in un cammino che ostacola la santificazione – è coerente con il
testo scrittuale. L’importante è non trasformarlo in una regola generale, ma mantenerlo
come discernimento personale.
7. Celibato, matrimonio e vocazione
negli ultimi tempi
Paolo non contrappone matrimonio e
celibato. Egli afferma:
- il matrimonio è santo;
- la sessualità nel matrimonio è benedetta;
- l’astinenza è lecita solo per brevi tempi e “di
comune accordo” per dedicarsi alla preghiera (7:5);
- la continenza è un dono, non un obbligo.
In un tempo di disgregazione morale, può
essere saggio che alcuni credenti, soprattutto se maturi e capaci di
autocontrollo, scelgano una vita più ritirata per dedicarsi al Signore. Ma
questa scelta non deve essere imposta né idealizzata.
8. Conclusione: fedeltà in tempi
difficili
Viviamo tempi simili a quelli di
Corinto: confusione morale, estremi opposti, famiglie sotto pressione, ruoli
spirituali indeboliti. In questo contesto, 1 Corinzi 7 ci offre tre criteri
fondamentali:
1.
La priorità
del rapporto con Dio: tutto deve
essere valutato alla luce del Regno.
2.
La libertà dei
doni: matrimonio e celibato sono
entrambi doni, non pesi.
3.
La pace: “Dio ci ha chiamati a vivere in pace” (7:15).
Il credente, singolo o sposato, è
chiamato a custodire la propria santificazione, senza rigidità e senza
compromessi, ma con discernimento, umiltà e libertà.
Note di approfondimento
Anche nel nostro tempo non mancano
esempi di movimenti che, sotto il pretesto dell’“amore libero”, hanno promosso
comportamenti contrari alla dignità umana e alla santità del corpo. Negli anni
Settanta e Ottanta, ad esempio, mi pare di ricordare che a Roma un gruppo noto come “Bambini di
Dio” che fu oggetto di denunce per pratiche che incoraggiavano forme di
sfruttamento sessuale presentate come espressioni spirituali. Episodi simili,
pur diversi tra loro, mostrano come la confusione morale non appartenga solo al
mondo antico, ma si ripresenti ciclicamente quando la fede viene separata dalla
verità biblica e dalla responsabilità etica.
Nota 1 – La rivoluzione sessuale del
Novecento
Nota storica contemporanea: La cosiddetta “rivoluzione sessuale” della seconda
metà del Novecento ha profondamente modificato la percezione della moralità in
Occidente. Movimenti culturali e filosofici hanno promosso l’idea che la
libertà individuale coincida con l’assenza di limiti, soprattutto nell’ambito
della sessualità. L’introduzione di nuovi modelli educativi, la diffusione di
ideologie che separano l’amore dalla responsabilità e la crescente
marginalizzazione della visione cristiana del corpo, hanno contribuito a creare
un clima in cui la disciplina biblica è percepita come un ostacolo alla
realizzazione personale. Questo processo, pur diverso nelle forme, richiama la
dinamica di Corinto: un ambiente in cui la libertà viene facilmente confusa con
la licenza.
Nota 2 – La pornografia come fenomeno
globale
Attualità morale: Negli ultimi decenni la pornografia è diventata un
fenomeno globale, accessibile a chiunque attraverso la tecnologia digitale.
Studi sociologici e psicologici mostrano come l’esposizione precoce e massiccia
a contenuti sessuali distorti, alteri la percezione delle relazioni, banalizzi
l’intimità e favorisca forme di dipendenza. Molti pastori e studiosi
evangelici, tra cui John Piper e R. Kent Hughes, hanno denunciato questo
fenomeno come una delle principali minacce alla santità personale e alla
stabilità familiare. Anche in questo caso si nota un parallelo con Corinto: la
sessualità, separata dal suo significato spirituale e relazionale, diventa un
prodotto di consumo che disgrega l’interiorità e indebolisce la capacità di
amare in modo autentico.
Nota 3 – La confusione contemporanea
sui ruoli familiari
Nota sociologica: La società contemporanea vive una profonda incertezza
riguardo ai ruoli familiari. Da un lato, alcuni modelli culturali tendono a
cancellare ogni differenza tra uomo e donna, interpretando la complementarità
come una forma di oppressione. Dall’altro, persistono visioni rigide e
legalistiche che riducono la famiglia a uno schema statico, privo di grazia e
di discernimento spirituale. In mezzo a queste polarizzazioni, molte famiglie
cristiane faticano a trovare un equilibrio: gli uomini spesso non sono formati
alla responsabilità spirituale, mentre le donne si trovano a colmare vuoti che
non dovrebbero portare da sole. Questa confusione ricorda la situazione di
Corinto, dove la comunità era divisa tra eccessi opposti: licenza e ascetismo,
libertinismo e rigidità. La Scrittura invita invece a una complementarità
armoniosa, radicata nel servizio reciproco e nella guida dello Spirito Santo.
Approfondimento con alcuni studiosi: la
pace come spazio di santificazione (con
Morris, Fee e Carson)
La chiamata a “vivere in pace” (1
Corinzi 7:15) non riguarda soltanto l’assenza di conflitti esteriori, ma un ordine
interiore che permette al credente di camminare nella santificazione. Il
termine greco eirēnē richiama l’ebraico shalom, che indica
pienezza, armonia e un rapporto ordinato con Dio.
Nella vita familiare possono sorgere
tensioni che non toccano questioni dottrinali essenziali, ma che logorano
lentamente il cammino spirituale. Può accadere che il marito o la moglie, sinceramente
desiderosi di consacrazione, si trovino ripetutamente coinvolti in discussioni
su aspetti marginali, o in resistenze che si protraggono per anni. Non si
tratta di conflitti aperti, ma di un clima che ostacola la crescita nella
santità.
Leon Morris osserva che la pace di cui parla Paolo non è una pace
“a qualunque costo”, ma una condizione che permette al credente di servire Dio
senza essere trascinato in contese che non edificano. Egli nota che Paolo non
obbliga il credente a trattenere chi non condivide il cammino spirituale,
perché “Dio non chiama i suoi figli a vivere in una situazione che soffoca la
loro fedeltà”.
Gordon Fee aggiunge che Paolo non sta incoraggiando la
dissoluzione dei legami familiari, ma riconoscendo che la vocazione cristiana
non può essere continuamente ostacolata da un clima di tensione su questioni
non essenziali. Fee sottolinea che la pace è il contesto in cui la
santificazione può maturare, e che quando la vita familiare diventa un luogo di
conflitto costante su aspetti marginali, il credente rischia di perdere la
libertà interiore necessaria per servire il Signore.
D. A. Carson, riflettendo sul principio paolino della “chiamata” e
della pace, evidenzia che Paolo distingue con grande cura tra ciò che è
essenziale per il Regno e ciò che appartiene alle condizioni mutevoli della
vita. Carson nota che la pace non è semplicemente un clima emotivo, ma la
possibilità concreta di vivere la propria vocazione senza essere trascinati in
discussioni che non edificano. Per Carson, la pace è il terreno su cui la
santificazione può crescere: quando la vita familiare diventa un luogo di
contesa continua su aspetti secondari, la chiamata del credente rischia di
essere soffocata. Egli insiste sul fatto che Paolo non invita alla fuga, ma al
discernimento: la pace è un bene spirituale che permette al credente di
rimanere fedele alla propria vocazione.
In questo senso, quando una persona
avverte una vocazione più profonda alla consacrazione, e quando questa
vocazione viene ostacolata da discussioni continue o da pressioni che non
riguardano l’essenziale della fede, può essere necessaria una certa fermezza.
Tale fermezza non nasce dall’orgoglio, ma dal desiderio di custodire il
rapporto con il Signore. Non implica durezza né giudizio verso l’altro, ma una chiarezza
interiore: la santificazione non può essere continuamente soffocata da
questioni marginali.
Chi sente questa chiamata può, con
rispetto e mansuetudine, affermare il proprio cammino, lasciando all’altro
piena libertà e senza nutrire risentimento. È un terreno delicato, che
richiede discernimento, preghiera e, quando possibile, consiglio spirituale. Ma
Paolo ci ricorda che la pace e la santificazione non sono realtà opposte: la
vera pace nasce proprio quando il credente può camminare nella volontà di Dio
senza essere trascinato in contese che non edificano.
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