Santificazione Intimità Con Dio Come Base per L’Intercessione che Realizzerà il Cristo - Studio Parte 2 - n. 225

 di Renzo Ronca  3-12-25  Prosegue da https://ritornocristiano.blogspot.com/2025/12/la-mia-casa-sara-casa-di-preghiera-lc.html


 

1. Intimità e santificazione

La chiamata di Mosè sul monte (Es 3:5: “il luogo sul quale tu stai è suolo santo”) mostra che l’intimità con Dio nasce da una separazione (qōdesh, קֹדֶש, “santo, separato”). La santità non è solo attributo divino, ma condizione che Dio comunica a chi chiama. Mosè, preparato nel deserto per quarant’anni, viene santificato dalla presenza e dalla parola di Dio. Questa intimità è la base dell’intercessione: solo chi è reso partecipe della santità può presentarsi davanti a Dio per altri.

 

2. La minaccia e l’intercessione

Durante l’episodio del vitello d’oro (Es 32), Dio parla a Mosè chiamando Israele “il tuo popolo” (v. 7), non più “mio popolo”, segnalando una rottura del patto. La minaccia di distruzione dell’Eterno non è un decreto irrevocabile, ma un avvertimento che apre lo spazio all’intercessione. Mosè si umilia con digiuno e supplica (Dt 9:18-20), e la sua preghiera modifica l’esito: non l’annientamento, ma una punizione correttiva. Questo mostra che l’intercessione nasce dall’intimità e dall’umiliazione: Mosè non si pone come rivale di Dio, ma come servo che implora misericordia.

 

3. La tenda fuori dall’accampamento

La tenda di convegno posta “fuori dall’accampamento” (Es 33:7) è segno della distanza interposta tra il popolo peccatore e la presenza divina. La comunione con il Signore non è automatica: richiede purificazione e mediazione. Mosè diventa ponte, entrando nella tenda e parlando con Dio “faccia a faccia” (Es 33:11). Qui la preghiera è dialogo intimo, non solo richiesta.

 

4. Mosè come figura di Cristo

Mosè obbedisce sempre, ma intercede spesso. La sua disponibilità a essere cancellato dal “libro della vita” (Es 32:32) anticipa la mediazione di Cristo, che offre se stesso per il popolo. L’intercessione di Mosè non è un atto isolato, ma una prefigurazione della mediazione perfetta del Figlio.

 

5. “Si pentì” e il linguaggio biblico

Quando la Scrittura dice che Dio “si pentì” (Es 32:14), il termine ebraico nāḥam (נָחַם) significa “provare compassione, cambiare atteggiamento”. Non indica mutamento della natura divina, ma la manifestazione della misericordia. È plausibile leggere questo come opera dello Spirito Santo che suscita in Mosè il sentimento giusto, accolto da Dio come offerta. La preghiera diventa così cooperazione tra lo Spirito e l’uomo.

 

6. Testimonianze protestanti

  • Giovanni Calvino: sottolinea che Dio, pur immutabile, si adatta al linguaggio umano per mostrare la sua misericordia. Il “pentimento” divino è modo antropomorfico per esprimere la sua compassione.
  • Matthew Henry: nel suo commentario evidenzia che Mosè, con umiltà e amore, diventa esempio di intercessione pastorale, pronto a sacrificarsi per il popolo.
  • Karl Barth: vede nell’intercessione la risposta dell’uomo alla Parola di Dio, un dialogo che nasce dall’iniziativa divina.

7. Conclusione

L’intimità con Dio è condizione necessaria per l’intercessione. Mosè, santificato e umiliato, diventa mediatore tra un popolo ribelle e un Dio santo. La sua preghiera non è solo richiesta, ma dialogo, supplica, offerta di sé. In questo si anticipa la mediazione di Cristo, che porta a compimento ciò che Mosè ha prefigurato. La preghiera, dunque, è relazione viva, fatta di timore, amore e disponibilità a condividere il destino del popolo davanti a Dio.


(continua in https://ritornocristiano.blogspot.com/2025/12/casa-di-preghiera-come-cuore.html )



Commenti