Dove Nasce l’Acqua Viva – Il Percorso del Cristiano – Studio n. 344
di Renzo Ronca 24-4-26 (Lo studio su Youtube si serve di immagini e filmati con voce narrante. Consigliato. Si trova qui: https://www.youtube.com/watch?v=FdIeKL8c6Sc )
Non lontano da dove abito c’è una
sorgente antica, nascosta lungo un sentiero che non si incontra per caso:
bisogna cercarla. È un luogo dove l’acqua scorre da più di duemila anni, la
stessa che hanno visto gli etruschi, i romani, i pellegrini della via
Francigena, la gente del posto… e anche i miei nonni.
La sorgente affiora con calma, ma con una
vita decisa e costante. Non zampilla con fragore: sale dal fondo in modo
silenzioso, fedele, continuo. C’è qualcosa che attrae e intimorisce in questo
nascere incessante, come una benedizione viva che viene alla luce. L’acqua
sorprende perché non smette mai di nascere. Così è la nostra anima davanti a
Dio: Egli la chiama con una voce che non fa rumore, ma attira. «Nessuno può
venire a me se non lo attira il Padre» (Giovanni 6:44). È Lui che inizia,
sempre.
Avvicinandoci alla sorgente, nasce la
domanda: da dove viene quest’acqua? Dove va? Perché ci attira così? È la fase
della curiosità spirituale, del “chi sei?”, come la Samaritana davanti a Gesù.
All’inizio non capisce, ma resta lì.
La limpidezza dell’acqua è così
attraente che viene voglia di lasciarsi bagnare. Se siamo fatti di terra, è
l’acqua che ci porta la vita. Immergere la mano nell’acqua mite e trasparente
suscita un desiderio di purificazione: è il primo movimento del cuore, il
battesimo di ravvedimento. «Lavami dalla mia iniquità» (Salmo 51:2). Non è
ancora la nuova nascita, ma un risveglio.
Poi accade qualcosa di più profondo:
l’incontro con Cristo. Come la Samaritana passa dalla curiosità alla
rivelazione, così anche noi, ascoltando la sua Parola, sentiamo aprirsi
qualcosa dentro. È come il cieco nato, che riceve sugli occhi l’acqua impastata
con la terra e vede per la prima volta (Giovanni 9). È una ri-creazione
interiore: comprendiamo che Lui è vivo, presente, e ci sentiamo come Adamo
nell’Eden quando vide Dio.
Quando l’acqua cade fragorosa nella
vasca illuminata dal sole, sembra di udire il fragore della rivelazione: «Sono
io, io che ti parlo!» (Giovanni 4:26). La Parola, quando rivela se stessa,
diventa prorompente e insopprimibile. Per questo nasce subito il desiderio di
testimoniare: la vita nuova vuole traboccare, come la sorgente. «Fiumi d’acqua
viva sgorgheranno dal suo seno» (Giovanni 7:38). L’acqua non è più solo fuori:
è dentro di noi.
Ma dopo l’entusiasmo iniziale, il
cammino richiede costanza. Sull’acqua compaiono delle ombre: alghe scure che
adombrano la limpidezza. All’inizio erano quasi assenti, ora sono estese. Sono
il simbolo delle ombre che oscurano la Parola: la poca cura dell’uomo per la
Chiesa, le interferenze dell’avversario, le nostre responsabilità non
custodite. Chiazze come isole sporche: divisioni, rigidità, dottrine isolate,
un cristianesimo non più pulito. Siamo vasi che trasportano acqua: dobbiamo
vigilare.
Anche i pastori devono ripulire il loro
tratto di canale, ciascuno per il gregge affidato dal Signore. E noi,
personalmente, dobbiamo togliere gli ostacoli che oscurano la coscienza
spirituale. Come i rametti che impediscono alla luce di raggiungere l’acqua,
così ci sono cose da rimuovere: la paura di lasciarci cambiare, le ferite non
consegnate a Dio, le idee rigide su come Egli dovrebbe agire, il bisogno di controllare
tutto, la durezza interiore, la difficoltà a ricevere ciò che vuole donarci.
L’ultimo ostacolo da togliere introduce
alla contemplazione del Signore Gesù Cristo: il punto più alto della
santificazione possibile in questa vita. È la soglia in cui comprendiamo che il
Padre genera il Figlio, e il Figlio genera noi come figli. Da questa
rivelazione nasce la capacità di porgere l’acqua non da noi stessi, ma come
vasi riempiti della Sua acqua, che Egli solo trasforma in vino della
trasformazione.
Guardando la sorgente e le due vasche,
comprendiamo il cammino spirituale. La prima vasca è il luogo del
raccoglimento: l’acqua si calma, si chiarifica, diventa buona da bere. È
l’acqua che sostiene la vita quotidiana, che dà la vista, che illumina. È il
luogo della rivelazione: dove la Parola chiarisce ciò che era confuso.
La seconda vasca è il luogo del lavoro:
qui si lavavano i panni, si toglieva lo sporco. È l’immagine della vita
concreta: relazioni, scelte, fatiche. «Siate trasformati mediante il
rinnovamento della vostra mente» (Romani 12:2). Non possiamo vivere solo nella
prima vasca: vedremmo, ma non cambieremmo. Né solo nella seconda: lavoreremmo,
ma senza luce. Il cammino è questo: bere, vedere, essere illuminati… e poi
lasciarsi lavare nella vita di ogni giorno.
Più a valle, l’acqua che non viene
custodita si disperde e si sporca. Diventa un acquitrino: insetti, ortiche,
rovi, serpenti. È l’immagine di ciò che accade quando ci si allontana dalla
sorgente: anche parti delle chiese possono macchiarsi di idolatrie, e
l’apostasia può avanzare silenziosamente. Qui servono stivali alti, un bastone,
vigilanza: è l’armatura spirituale di cui parla Paolo. Ritrovare la purezza
richiede coraggio: è facile impantanarsi o lasciarsi spaventare da ciò che
striscia. Ma il bastone ci sostiene: «Tu sei con me; il tuo bastone e la tua
verga mi danno sicurezza» (Salmo 23:4).
Eppure, proprio sul bordo consumato
della pietra, cresce la menta. Una pianta semplice, quasi nascosta, ma dal
profumo forte. È il segno discreto della grazia: anche quando tutto sembra
stagnare, Dio lascia sempre un punto da cui può ripartire la vita. È il profumo
della preghiera, della fedeltà, della Chiesa del rimanente: quella parte che
non si è contaminata, che attende vicino alla porta che il Signore sta per
aprire.
Il nostro cammino non è stato casuale: è
un percorso preparato fin dall’inizio. «Dio vi ha scelti fin dal principio per
la salvezza» (2 Tessalonicesi 2:13). Per questo possiamo proseguire con
fermezza, nonostante il fango dei tempi. Lo Spirito del Risorto ci accompagna,
ci guida, ci sostiene.
E quando lo sguardo si alza e abbraccia
l’intero percorso — la sorgente, l’alveo, le vasche, le ombre, la menta,
l’acquitrino — comprendiamo che l’amore del Signore non è un ideale astratto: è
un amore che accetta di ferirsi, che porta in sé un dolore che dona vita,
perché si lascia spezzare nella donazione di Sé: «Questo è il mio corpo, che è
dato per voi» (Luca 22:19).
E quando il cuore si apre alla sorgente,
risuona la stessa parola che udì la Samaritana: «Sono io, io che ti parlo»
(Giovanni 4:26).
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