RISCHI DI DEFORMAZIONI PASTORALI E IMMATURITÀ DEI FEDELI - n.456

 di RR 5-11-26

Introduzione 

Soprattutto in questi tempi disordinati ci dobbiamo sforzare di mantenere gli ‘ingranaggi’ delle comunità cristiane (e anche l’interno delle singole famiglie) ben ‘oliate’, in modo che possano resistere alle difficoltà crescenti dell’avversario.  Partiamo da chi ha ruoli di responsabilità e poi arriveremo agli altri.

C’è un difetto difficile da correggere che chiamiamo “deformazione professionale”.[1]

Quando questo meccanismo entra nelle relazioni umane e nella vita di chiesa o di comunità, rischia di fare molto male, perché ferisce l'ascolto sincero, l'amicizia e il senso di fraternità.

 

Parte I: Quando chi guida o insegna non riesce a scendere dalla cattedra

 

1. Il vizio di fare sempre il maestro ("Pulpitismo" e Paternalismo)

Nelle relazioni personali, la deformazione di chi è abituato a insegnare o a dirigere si trasforma nel vizio di trattare sempre gli altri come "scolari da correggere". Anche davanti a un caffè o in un momento informale, queste persone non si mettono mai alla pari, ma si posizionano sempre un gradino sopra, pronte a spiegare, giudicare e fare la lezione.

L'apostolo Giacomo aveva già compreso questo grande pericolo quando scriveva nella Bibbia:

«Fratelli miei, non siate in molti a far da maestri, sapendo che ne subiremo un giudizio più severo» (Giacomo 3:1).

Invece di parlare da adulto ad adulto (in un confronto libero e paritario), queste persone restano incastrate nel ruolo del "genitore severo" o del "maestro". Soprattutto con l'avanzare dell'età o dopo molti anni di servizio, questo atteggiamento tende a indurirsi: un po' perché senza quel ruolo ci si sente vuoti, e un po' perché stare sulla cattedra evita di mostrare le proprie debolezze.

 

 

2. Dimenticare il cuore del pastore: trasformarsi da guide ad accademici

Quando la deformazione di chi insegna incontra il ruolo di Anziano o responsabile di comunità (nel senso biblico di presbíteros, cioè guida spirituale), si crea una confusione molto profonda:

  • Il vero Pastore cammina in mezzo alle persone, ascolta i loro problemi e soffre insieme a loro.
  • Il Professore sta davanti a una platea, parla dall'alto in basso e trasmette lezioni di teoria.

Quando una guida si lascia contagiare da questa deformazione, sostituisce la cura e l'abbraccio con la spiegazione continua. Ogni problema personale o sofferenza confidata da un fratello non viene accolta con un ascolto silenzioso, ma trasformata subito in una "micro-predica" o in un punto della dottrina da spiegare.

 

3. Il "Clericalismo Sottile" (Sentirsi superiori senza paramenti o abiti religiosi)

Con l'espressione clericalismo sottile si intende quell'atteggiamento superbo che si insinua in modo quasi invisibile anche in contesti dove non ci sono preti, abiti religiosi o gerarchie rigide. È l'abitudine mentale di dividere invisibilmente la comunità in due gruppi:

 Chi sa tutto, ha l'autorità ed è chiamato a insegnare (i "maestri" o i responsabili).

 Chi deve solo stare ad ascoltare, imparare e farsi guidare (tutti gli altri).

 Questo atteggiamento si manifesta in tre modi concreti:

  • Paternalismo spirituale: Trattare gli altri credenti come se fossero eterni bambini nella fede.
  • Ascolto "finto": Quando un fratello parla dei suoi dubbi, non lo si ascolta per capirlo, ma soltanto per cercare l'istruzione o la correzione da impartirgli.
  • La paura di mostrarsi umani: L'incapacità o il rifiuto di ammettere i propri dubbi, i propri errori o il proprio bisogno di aiuto.

 

Parte II: Quando a sbagliare sono i più giovani o gli inesperti

 

1. La presunzione di chi ha appena iniziato

Dall'altro lato della medaglia c'è il comportamento opposto, tipico di chi è nuovo o giovane nella fede:

  • La trappola della falsa sapienza (Effetto Dunning-Kruger[2] spirituale): È quel fenomeno per cui chi conosce ancora pochissimo di un argomento crede di aver capito tutto, sopravvalutando enormemente le proprie capacità. Chi è maturo sa quanto è profonda la Parola di Dio e procede con umiltà; chi ha appena scoperto due nozioni pensa subito di poter insegnare al mondo intero.
  • Fraintendere la palestra per un'investitura: Gli spazi o le piccole occasioni concesse dalle guide per far fare esperienza al giovane vengono scambiate da quest'ultimo come una patente ufficiale da teologo o da riformatore.

 

La Scrittura mette in guardia da questo rischio quando parla dei requisiti per chi guida (1 Timoteo 3:6): «Non sia un neofito [cioè un convertito da poco], perché non si gonfi di orgoglio e cada nella condanna in cui cadde il diavolo.»

 

2. Caparbietà, voglia di fare da soli e finto vittimismo

L'immaturità e la mancanza di radici nella fede si manifestano spesso in tre modi:

1.     La Caparbietà: Fare sempre di testa propria scambiando la propria ostinazione per "fermezza nella fede", rifiutando i consigli e le correzioni di chi ha più esperienza.

 

2.     L'Autonomia e i "Micro-Pastori": Pensare di non aver più nulla da imparare e voler creare subito il proprio gruppo o il proprio "piccolo regno", vedendo la chiesa come una propria impresa o un possesso personale anziché come un corpo unico.

3.     La Trappola del Finto Vittimismo: Quando un responsabile corregge con amore un comportamento sbagliato, l'inesperto reagisce dicendo di essere stato "ferito" o che "manca l'amore nella comunità", scambiando l'orgoglio ferito con una ferita dell'anima.

 

Parte III: La responsabilità della comunità e le sfide dei nostri tempi


1. La responsabilità dei fedeli di fronte ai "pastori-padroni"

Se in una comunità nascono pastori autoritari, accentratori o persino corrotti, la colpa non è sempre ed esclusivamente della singola guida. Esiste un'innegabile responsabilità comunitaria dei fedeli.

  • La trappola della delega passiva: Quando la comunità smette di esercitare il discernimento e accetta passivamente ogni abuso o errore, diventa corresponsabile della deriva del pastore.
  • Il modello di democrazia spirituale: Non è un caso che in alcune tradizioni ecclesiali (come molte chiese battiste) il pastore venga eletto o confermato dalla comunità a scadenze regolari. Questo meccanismo ricorda a tutti che l'autorità non è un possesso personale, ma un mandato fondato sulla fiducia, sul servizio e sulla trasparenza reciproca.

 

2. Quando il pericolo viene dai fedeli: il dovere di una "sana divisione"

Allo stesso modo, la responsabilità può essere ribaltata: esistono situazioni in cui piccoli gruppi di credenti iniziano a diffondere insegnamenti sbagliati o comportamenti divisivi.

  • Il limite della mediazione: Il pastore ha il compito di custodire il gregge, ma non sempre può "salvare capra e cavoli". Quando il dialogo fallisce e la verità o la pace della comunità vengono minacciate, la guida non deve cedere al compromesso ad ogni costo.
  • La necessità della chiarezza: In certi casi, per tutelare l'unità e la salute spirituale di tutti, si rende necessaria una "sana divisione", come ricordavano gli apostoli di fronte alle fazioni irremovibili.
  • Il rischio della battaglia solitaria e dell'accanimento (Il martirio inutile): Di fronte a distorsioni o decisioni non bibliche sostenute dalla leadership, chi nota l'errore deve evitare la trappola di trasformare la testimonianza in una guerra d'usura personale. Se dopo un confronto chiaro e le opportune segnalazioni la leadership rifiuta di ascoltare e i fedeli restano passivi (o promettono appoggio per poi tirarsi indietro), accanirsi da soli contro una struttura irremovibile è devastante per la salute spirituale ed emotiva. In questi casi, la scelta più saggia e spirituale non è l'aspro scontro istituzionale, ma il congedo dignitoso e silenzioso: esporre con chiarezza le motivazioni e allontanarsi senza strepiti, preservando la propria pace e la propria chiamata per non finire schiacciati in battaglie che consumano la vita.

 

3. La complessità dei nostri tempi: accompagnare verso l’essenziale invece di giudicare

Oggi la società vive una profonda confusione, dove i ruoli tradizionali, le dinamiche relazionali e persino i concetti di "libertà" o "amore" sono ridefiniti in modi complessi e spesso distorti.

  • La tentazione del giudizio affrettato: Di fronte a situazioni delicate — come persone omosessuali che si avvicinano alla Bibbia cercando risposte — il ruolo di chi guida è diventato incredibilmente difficile. La tentazione immediata sarebbe quella di applicare etichette o giudizi morali affrettati.
  • Il vero compito del responsabile: Lo Spirito Santo chiama i responsabili non a fare da giudici, ma a guidare le persone affinché incontrino Dio direttamente attraverso la Sua Parola. Il ministero di oggi richiede una profonda capacità di ascolto e una maturità capace di distinguere la verità di Dio dalla condanna umana.

 

4. La devianza dell'ossessione comportamentale

Un'altra distorsione molto diffusa consiste nel focalizzare quasi tutta l'attenzione della chiesa sul controllo dei comportamenti, sulle regole e sulle dinamiche familiari.

  • La trappola delle "questioni infinite": Quando una comunità accentua in modo rigido la disciplina comportamentale, finisce per perdersi in dibattiti interminabili su dettagli insignificanti e cavilli morali che non trovano mai una vera soluzione.
  • Il rischio di smarrire l'essenziale: Il pericolo più grande è far scivolare via gli anni attorno a questi cavilli, dimenticando il cuore del messaggio evangelico: l'annuncio del Regno di Dio che avanza, la bellezza della grazia e il senso profondo di una reale conversione del cuore.

 

Parte IV: Trovare l'equilibrio e riscoprire l'umiltà

 

1. Camminare tra due pericoli: Disordine e Autoritarismo

Una comunità sana e guidata dallo Spirito deve sapersi difendere da due estremi altrettanto dannosi:

  • Disordine (dove ognuno fa quello che vuole): Quando per paura di scontentare qualcuno si lascia fare a tutti, permettendo all'ostinazione dei singoli di rovinare la pace e l'unità.
  • L'Autoritarismo (dove si comanda con il terrore): Quando la guida usa il proprio ruolo non per curare, ma per controllare, schiacciare le persone o punire chi la pensa diversamente.

 

 2. Il pericolo di mettere le persone su un piedistallo (Idealizzazione)

L'idealizzazione rovina i rapporti nella comunità in due modi:

  • Mettere il Pastore su un piedistallo: Trattare il leader come un uomo perfetto e infallibile pone le basi per una grande tragedia spirituale. Al primo sbaglio o momento di debolezza del pastore, chi lo aveva idealizzato rischia di perdere la fede, avendo scambiato il servo con il Signore.
  • Pensare di dover essere impeccabili: Quando una guida pensa di non potersi mai mostrare stanca o in dubbio, si mette una maschera da super-uomo che la porterà dritta all'ipocrisia, all'esaurimento nervoso e alla solitudine.

 

Conclusione

Il vero ministero di chi guida ritrova la sua bellezza e la sua forza nel gesto compiuto da Gesù: non una lezione dalla cattedra, ma un grembiule allacciato in vita per lavare i piedi ai discepoli (Giovanni 13).

Una comunità cresce forte e sana quando abbandona il mito del "Super-Pastore" per riscoprire guide umane, empatiche e vicine, pronte a camminare insieme a tutti gli altri fratelli.

 

  

 



[1] Nel linguaggio di tutti i giorni si parla di “deformazione professionale” per indicare quella tendenza a giudicare e affrontare qualsiasi situazione della vita — anche a casa o con gli amici — usando gli stessi metodi, la stessa mentalità e le stesse abitudini del proprio lavoro. Proviamo a vede

Gli studiosi di psicologia e sociologia spiegano che questo fenomeno può manifestarsi in diversi modi:

1.      La "lente da lavoro" (Psicosi professionale): È quando l'esperienza accumulata in un mestiere diventa come un paio di occhiali con i quali guardiamo tutto il mondo. Quella grande competenza finisce paradossalmente per diventare un paraocchi, impedendo di vedere le cose dalla prospettiva degli altri. Come dice un vecchio proverbio: "Per chi ha in mano solo un martello, ogni problema assomiglia a un chiodo".

2.      La maschera che si attacca alla pelle (Sindrome o interiorizzazione del ruolo): Avviene quando una persona indossa la propria "maschera lavorativa" per così tanti anni che essa finisce per fondersi con il suo carattere originale, cambiando la sua capacità di ascolto, la sua empatia o la sua sensibilità verso gli altri.

 

[2] L'effetto Dunning-Kruger è una distorsione cognitiva (un errore di valutazione della nostra mente) per cui le persone poco esperte o incompetenti in un determinato campo tendono a sopravvalutare enormemente le proprie capacità, arrivando a credere di essere grandi esperti. Al contrario, ironicamente, chi è molto competente tende spesso a essere più insicuro o a sottovalutare il proprio livello.

Ecco le origini del nome e il motivo per cui si chiama così:

1. Chi sono David Dunning e Justin Kruger?

Il nome deriva dai due psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger, che all'epoca (1999) insegnavano e facevano ricerca alla Cornell University (negli Stati Uniti).

I due studiosi decisero di analizzare scientificamente questo comportamento dopo essere rimasti colpiti da un fatto di cronaca bizzarro avvenuto nel 1995: un uomo di nome McArthur Wheeler rapinò due banche a viso scoperto e in pieno giorno, senza indossare alcuna maschera. Quando fu arrestato poche ore dopo, guardò le telecamere della polizia e disse sbalordito: "Ma io mi ero spalmato la faccia di succo di limone!". L'uomo era convinto che il succo di limone (usato come inchiostro simpatico) rendesse il suo volto invisibile alle telecamere. Non era pazzo: era semplicemente così incompetente in materia da non avere nemmeno gli strumenti mentali per accorgersi di quanto fosse assurda la sua idea.

2. Lo studio scientifico del 1999

Ispirati da questo episodio, Dunning e Kruger condussero una serie di test su studenti universitari in vari settori (logica, grammatica e umorismo). Chiesero ai ragazzi di svolgere i test e poi di autovalutarsi, stimando il loro punteggio e la loro bravura rispetto agli altri.

I risultati confermarono la loro teoria, sintetizzata in un celebre studio intitolato "Unskilled and Unaware of It" ("Incapaci e inconsapevoli di esserlo"):

·         Gli studenti con i punteggi più bassi (i più impreparati) erano quelli che si erano autovalutati di più, stimando di essere andati benissimo. Non avendo alcuna competenza, non possedevano nemmeno la capacità critica per riconoscere i propri errori.

·         Gli studenti più preparati, invece, tendevano a essere molto più cauti, a dubitare di sé o addirittura a sottovalutare i propri risultati, perché conoscevano la complessità della materia e sapevano quante cose ancora ignoravano.

3. Perché si applica anche in campo spirituale ("Effetto Dunning-Kruger Spirituale")?

Trasferito nella vita di fede o nello studio della Bibbia, questo fenomeno spiega perfettamente l'atteggiamento di chi ha iniziato a muovere i primi passi o ha scoperto da poco due o tre concetti teologici:

·         Il neofita che ha letto due versetti o ha ascoltato qualche predicazione pensa subito di aver capito tutto, di poter giudicare gli altri, di correggere i pastori o di avere la chiave interpretativa che nessuno aveva mai trovato prima.

·         Il credente maturo, proprio come l'esperto nella scienza, si rende conto della vastità infinita della Parola di Dio, cammina con i piedi per terra, dubita con umiltà e sa che c'è sempre da imparare (avvicinandosi alla celebre consapevolezza di Socrate: "So di non sapere").

In sintesi, l'effetto Dunning-Kruger ci ricorda che la vera ignoranza non è l'assenza di conoscenza, ma la convinzione di possederla già tutta  (da ricerca IA).

 

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